Dentro il carcere di Mare Fuori: il racconto di CorriereUniv all’IPM di Nisida

Un panorama mozzafiato sul mare, con Capri, Ischia e Procida all’orizzonte, ma dietro quelle sbarre non c’è libertà. C’è il peso di scelte sbagliate, di storie interrotte troppo presto e di un futuro tutto da riscrivere. Il viaggio per arrivare all’isola di Nisida, unita da una lingua di terra alla costa napoletana, è difficile e tortuoso, attraverso ripidi pendii a strapiombo sul mare. Una volta parcheggiata l’auto, il cammino verso l’ingresso del carcere prosegue in salita, come a simboleggiare il percorso di riscatto dei giovani detenuti, alcuni dei quali hanno meno di 14 anni. L’inesauribile energia dell’adolescenza qui lascia spazio a un tempo che sembra scorrere più lento.

All’ingresso del carcere, superati cancelli e grate, si arriva ai campi sportivi e, poco più avanti, si trovano due luoghi simbolici: una cappella per i detenuti di fede cristiana e uno spazio di preghiera per altre religioni. È qui, sullo stesso cortile, che si ritrovano quotidianamente tutti i detenuti del carcere.

«È la società che fa schifo»: le parole dell’insegnante del carcere

All’interno del carcere di Nisida, sono tante le attività formative ed educative organizzate per i ragazzi, tra cui il laboratorio di ceramica e quello di cucina e pasticceria. È con il marchio «’Nciarmato a Nisida» che si firmano tutti i prodotti del laboratorio di ceramica, gestito dalla responsabile Francesca Lezzi. «Non chiedo mai qual è il loro crimine o perché si trovano qui. Loro sono tutti miei figli. Perché finiscono qui dentro? Perché è la società che fa schifo». All’interno del laboratorio, fra torni, sgabelli e mensole piene di prodotti finiti, si respira un’aria di fratellanza, di supporto e di rispetto.

Lì vicino si trova anche il laboratorio di cucina e pasticceria, della Onlus «Monelli tra i fornelli», che nasce con l’obiettivo di fornire ai giovani detenuti una formazione professionale utile una volta usciti dal carcere. Imparare un mestiere significa avere maggiori possibilità di costruirsi un futuro lontano dalla criminalità, evitando il rischio di nuovi arresti o dell’affiliazione ai clan. I più meritevoli – come racconta il responsabile Ciro Ferranti – hanno inoltre l’opportunità di partecipare a progetti di produzione finalizzati all’autofinanziamento di nuove attività.

“Zio Peppe”: il cuoco del carcere commendatore della Repubblica

Il cuoco del carcere di Nisida, Giuseppe Lavalle, detto «Zio Peppe», è stato insignito del titolo di commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana dal Presidente Sergio Mattarella, «per la sua preziosa e generosa opera di assistenza e supporto ai ragazzi dell’Istituto penale per minorenni».

Ecco cosa dice la nota del Quirinale: Negli ultimi anni è stato anche il promotore di una iniziativa di solidarietà a favore dei senza fissa dimora assistiti dalla Comunità Sant’Egidio: insieme ad alcuni ragazzi di Nisida, autorizzati dalla magistratura, con l’aiuto della moglie e della figlia prepara e distribuisce centinaia di pasti. È un punto di riferimento, rispettato e amato dai giovani di Nisida. In numerose occasioni, insieme alla moglie, ha offerto ospitalità accogliendo nella sua famiglia giovani italiani o stranieri che avessero bisogno di una particolare attenzione.

La visita all’IPM di Nisida, grazie alla guida di Paolo Spada, responsabile delle attività educative del penitenziario, ha evidenziato un aspetto fondamentale: la centralità della formazione e dell’orientamento come strumenti di guida e prevenzione alla criminalità giovanile. «Molti ragazzi trovano qui dentro la loro possibilità di riscatto. Ma dobbiamo impegnarci perché la trovino fuori dalle sbarre» racconta Spada a CorriereUniv. E da qui l’importanza della prevenzione. Nisida lascia una lezione importante: nessuno nasce criminale – come spiega Piero Avallone, il presidente del tribunale minorile di Salerno: «il cromosoma della cattiveria non esiste. Cattivi non si nasce, si diventa. E se si diventa cattivi è perché le condizioni che sono state offerte dalla società non sono minimamente adeguate». Dietro ogni detenuto c’è una storia, spesso segnata da sofferenza e solitudine. Ascoltare, comprendere e offrire alternative sono le vere sfide per il sistema educativo e sociale. «Nisida sembra un’isola inventata» – cantava Edoardo Bennato nel 1984 – lo sanno bene gli operatori dell’IPM che quotidianamente lavorano per offrire ai ragazzi la possibilità di riscrivere la propria storia.

Luigi Bevilacqua

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