Il 94% degli studenti delle scuole secondarie utilizza l’intelligenza artificiale almeno occasionalmente. Il 62% vi ricorre ogni settimana o quasi ogni giorno e il 53% dichiara di averla usata almeno una volta per sfogarsi o affrontare un problema personale.
È la fotografia emersa dall’indagine nazionale “Io e l’Intelligenza Artificiale”, condotta tra marzo e giugno 2026 da INDIRE, Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa, su 5.342 studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado.
Il campione è ampio ma, come precisano gli stessi ricercatori, è stato costruito per convenienza e non può essere considerato statisticamente rappresentativo di tutti gli studenti italiani. I risultati descrivono comunque abitudini già molto diffuse e pongono alla scuola domande che vanno oltre il semplice utilizzo dell’IA per svolgere i compiti.
Alle superiori l’IA è già un’abitudine
Il 40,3% degli intervistati usa strumenti di intelligenza artificiale più volte alla settimana e il 21,15% quasi ogni giorno. Le differenze aumentano con l’età.
Alle scuole medie il 12,5% dichiara di non usare mai l’IA e il 10,4% di utilizzarla quotidianamente. Alle superiori la quota di chi non la usa scende all’1,5%, mentre quella degli utilizzatori quotidiani sale a circa il 28%.
Per l’84% degli studenti l’intelligenza artificiale è anche uno strumento di studio. Le attività più frequenti riguardano italiano, scrittura e riassunti, indicate dal 40,32% del campione. Seguono le lingue straniere con il 34,89% e matematica e scienze con il 32,76%.
Il 76,5% ritiene che questi strumenti aiutino a comprendere gli argomenti e a imparare più velocemente. Allo stesso tempo, il 44% teme che l’uso scolastico dell’IA possa creare dipendenza e ridurre la capacità di pensare autonomamente.
Fidarsi non significa controllare le risposte
Il 76% degli studenti afferma di fidarsi delle risposte prodotte dall’intelligenza artificiale, mentre il 62% sostiene di verificarle attraverso altre fonti. L’incrocio delle risposte mostra però quello che la ricerca definisce un paradosso della fiducia.
Tra gli studenti che dichiarano il massimo livello di fiducia, il 55% non controlla le informazioni ricevute. La percentuale arriva al 56,1% tra coloro che affermano di non fidarsi affatto. I comportamenti di verifica risultano più frequenti tra chi mantiene un atteggiamento intermedio e moderatamente fiducioso.
Il dato suggerisce che non sia sufficiente invitare genericamente gli studenti a fidarsi o a diffidare della tecnologia. Occorre insegnare come confrontare le fonti, riconoscere gli errori e valutare l’affidabilità di una risposta.
Quando il chatbot diventa un confidente
Il risultato più delicato riguarda la sfera personale. Il 53% degli intervistati dichiara di essersi rivolto all’IA per sfogarsi o affrontare un problema: il 28,4% lo ha fatto raramente, il 14,8% abbastanza spesso e il 10% molte volte.
A parità delle altre condizioni, le ragazze mostrano quasi il doppio delle probabilità dei ragazzi di confidarsi con un chatbot. La pratica risulta inoltre più presente tra gli studenti più giovani delle scuole medie.
Questo non permette di stabilire automaticamente l’esistenza di un disagio, ma mostra quanto facilmente uno strumento nato per produrre risposte possa essere percepito come un interlocutore. Un chatbot, tuttavia, non possiede comprensione emotiva e non sostituisce il confronto con amici, familiari, docenti o professionisti.
La sfida per la scuola non riguarda quindi soltanto la capacità di scrivere una richiesta efficace. Riguarda soprattutto l’autonomia di giudizio, la verifica delle informazioni e la consapevolezza dei limiti dell’interlocutore digitale.





