Un algoritmo può entrare in una conversazione anche se non comprende ciò che dice? È la domanda che ha portato la sociologa Elena Esposito a vincere il Premio Balzan 2026 per la scienza sociale della tecnologia digitale. La Fondazione ha riconosciuto in particolare il suo concetto di «comunicazione artificiale»: una prospettiva che sposta l’attenzione da ciò che l’intelligenza artificiale pensa a ciò che le sue risposte producono nelle relazioni tra persone, organizzazioni e istituzioni.
Esposito insegna all’Università di Bielefeld e all’Università di Bologna. Il premio vale 750 mila franchi svizzeri e ha una caratteristica che lo rende rilevante anche per chi sta iniziando la carriera accademica: metà della somma è destinata a progetti di ricerca condotti da giovani studiosi. Il riconoscimento, annunciato il 7 settembre, unisce così una teoria sull’IA a nuove opportunità concrete per la ricerca.
Perché il Premio Balzan va a Elena Esposito
La motivazione ufficiale parla di un contributo teorico innovativo alle scienze sociali della tecnologia digitale. Al centro c’è l’idea che gli algoritmi possano partecipare allo scambio sociale pur senza possedere comprensione, coscienza o intenzioni paragonabili a quelle umane.
Non è una distinzione soltanto filosofica. Ogni giorno persone e istituzioni prendono decisioni sulla base di suggerimenti, classificazioni e previsioni elaborate da sistemi automatici. Anche se la macchina non capisce il significato umano delle proprie risposte, quelle risposte possono cambiare un comportamento, orientare una scelta e produrre nuove aspettative. È questo effetto sociale, più che una presunta mente della macchina, a diventare oggetto di studio.
Che cos’è la comunicazione artificiale
Nella comunicazione tradizionale attribuiamo a chi parla un’intenzione: immaginiamo che abbia scelto parole e argomenti per farsi capire. Con i sistemi di IA generativa la situazione è diversa. Un chatbot produce testi convincenti elaborando regolarità statistiche, ma l’interlocutore umano tende comunque a interpretare la risposta, a fidarsi, a dubitare o a reagire.
Per Esposito, questa asimmetria non impedisce che avvenga comunicazione. L’algoritmo entra nel processo perché genera un contenuto al quale le persone attribuiscono significato. La domanda decisiva diventa allora come cambino la responsabilità, la fiducia e il controllo quando una parte dello scambio è prodotta automaticamente. È un problema evidente nei chatbot, ma riguarda anche i sistemi che selezionano notizie, suggeriscono contenuti o stimano un rischio.
Dalle assicurazioni alla medicina predittiva
Il lavoro della sociologa non si ferma alla teoria. Con un ERC Advanced Grant ottenuto nel 2019, Esposito ha studiato le conseguenze sociali della previsione algoritmica in campi nei quali l’incertezza conta molto: assicurazioni personalizzate, medicina di precisione e polizia predittiva.
In questi contesti una previsione non descrive semplicemente un futuro già scritto. Può indurre persone e istituzioni a comportarsi in modo diverso, modificando proprio ciò che era stato previsto. Una valutazione automatica del rischio, per esempio, può incidere su un premio assicurativo, su una priorità sanitaria o sull’attenzione riservata a un territorio. Capire chi controlla i criteri, come si correggono gli errori e a chi si attribuisce la decisione è quindi parte del problema sociale dell’IA.
Un premio che finanzia anche giovani ricercatori
Il Balzan non è soltanto un riconoscimento personale. Ciascun premio ha un valore di 750 mila franchi svizzeri e la metà deve essere impiegata in progetti di ricerca realizzati da giovani studiosi. Per la vincitrice si apre quindi la possibilità di trasformare il premio in un programma capace di coinvolgere una nuova generazione di ricercatrici e ricercatori.
La formula è particolarmente significativa nelle scienze sociali, dove analizzare l’intelligenza artificiale richiede competenze diverse: sociologia, studi sui media, diritto, economia, scienza dei dati e ricerca empirica. Il progetto che nascerà dal premio potrà dare spazio a queste connessioni, anche se struttura, selezioni e calendario non sono ancora stati resi pubblici. Non si tratta dunque, al momento, di un bando al quale candidarsi.
Perché questa ricerca riguarda studenti e università
Nelle università l’IA è già presente nello studio, nella scrittura, nella ricerca bibliografica e nell’analisi dei dati. La prospettiva di Esposito invita però a non limitarsi alla domanda «la risposta è giusta?». Occorre chiedersi anche che cosa succede quando trattiamo un sistema automatico come un interlocutore: quanto gli affidiamo, quali controlli manteniamo e come cambia il modo in cui costruiamo conoscenza.
Per studenti e docenti la conseguenza pratica è chiara. Usare uno strumento generativo in modo consapevole significa verificare le fonti, riconoscere che la fluidità di una risposta non prova la sua comprensione e conservare la responsabilità umana sulle decisioni. L’algoritmo può partecipare allo scambio, ma non per questo diventa responsabile degli effetti sociali che lo scambio produce.
Il punto: studiare l’IA dentro la società
Il Premio Balzan 2026 porta in primo piano un approccio diverso dal racconto dell’intelligenza artificiale come gara tra essere umano e macchina. Il problema non è stabilire soltanto se una tecnologia sappia imitare una conversazione, ma osservare come quella conversazione modifica pratiche, istituzioni e rapporti di fiducia.
È qui che le scienze sociali diventano decisive. Gli algoritmi non agiscono fuori dalla società: vengono progettati, adottati e interpretati dentro contesti concreti. Studiare la comunicazione artificiale significa allora capire non ciò che la macchina prova, ma ciò che noi facciamo quando cominciamo a trattarla come una voce capace di risponderci.





