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PISA 2025, Italia sopra la media in lettura: il 47% usa l’IA ogni settimana per studiare

Redazione Roma by Redazione Roma
8 Settembre 2026
in News, Scuola
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Studenti quindicenni svolgono una prova al computer durante una lezione di scienze.

La scuola italiana non arretra, ma restano aperte questioni che vanno ben oltre i punteggi. Nel rapporto PISA 2025, pubblicato oggi dall’OCSE, i quindicenni italiani ottengono risultati sostanzialmente stabili rispetto al 2022: si collocano sopra la media dei Paesi OCSE in lettura e vicino alla media in matematica e scienze.

La fotografia diventa però più problematica quando si osservano le tendenze di lungo periodo, il numero ancora ridotto di studenti eccellenti, le distrazioni digitali in classe e la frequenza scolastica. Il rapporto misura inoltre per la prima volta in modo esteso l’uso dei chatbot di intelligenza artificiale e le capacità di risolvere problemi attraverso strumenti digitali.

In Italia hanno partecipato alla rilevazione 8.946 studenti di 285 scuole. Il campione rappresenta circa 507 mila quindicenni, pari all’88% della popolazione italiana di quella fascia d’età.

L’Italia tiene mentre la media OCSE arretra

La stabilità italiana assume un significato particolare se confrontata con il quadro internazionale. Nel 2025 oltre 760 mila studenti di 91 Paesi ed economie hanno partecipato alle prove PISA, rappresentando circa 33 milioni di quindicenni.

Nell’insieme dei Paesi OCSE, matematica, lettura e scienze hanno raggiunto i livelli medi più bassi mai registrati dall’indagine. Tra il 2015 e il 2025 il punteggio medio è diminuito di 22 punti in matematica e di 28 punti in lettura.

L’Italia non mostra variazioni statisticamente significative rispetto al 2022 nelle tre materie. In scienze recupera il livello del 2015 e migliora rispetto al 2018. In matematica, invece, restano evidenti le perdite accumulate dopo il 2018. La lettura appare stabile negli ultimi anni, ma su livelli inferiori rispetto al periodo compreso tra il 2009 e il 2015.

Questo significa che il sistema scolastico italiano ha resistito meglio di altri al recente arretramento, ma non è ancora riuscito a recuperare completamente le competenze perse nel lungo periodo.

Più studenti raggiungono la soglia di base, ma mancano le eccellenze

Il 78% degli studenti italiani raggiunge almeno il livello 2 in scienze, considerato dall’OCSE la soglia minima per riconoscere la spiegazione corretta di fenomeni familiari e valutare semplici conclusioni basate sui dati. La media OCSE è del 74%.

In matematica raggiunge almeno il livello 2 il 69% dei quindicenni italiani, contro il 65% medio OCSE. In lettura la quota sale al 76%, sette punti percentuali sopra la media internazionale del 69%.

La situazione si ribalta quando si considerano gli studenti con le prestazioni più elevate. In Italia i “top performer” sono il 4% in scienze, contro il 7% OCSE; il 7% in matematica, contro l’8%; e il 4% in lettura, rispetto a una media del 6%.

La scuola italiana riesce dunque a portare una quota relativamente ampia di studenti sopra la soglia minima nelle tre discipline, ma incontra maggiori difficoltà nel favorire il raggiungimento dei livelli più avanzati.

Il 47% usa i chatbot di intelligenza artificiale ogni settimana

Il rapporto PISA 2025 entra per la prima volta nelle modalità concrete con cui gli studenti utilizzano l’intelligenza artificiale.

In Italia il 47% dei quindicenni dichiara di usare chatbot di IA almeno una volta alla settimana per imparare, una percentuale sostanzialmente in linea con la media OCSE del 46%.

Il 39% li impiega per svolgere ricerche preliminari, il 36% per riassumere testi e il 30% per scrivere una prima bozza di un elaborato. Soltanto il 9% dichiara di non utilizzare mai, o quasi mai, l’intelligenza artificiale per attività scolastiche sottoposte a valutazione.

Il rapporto invita però a non ridurre la questione alla contrapposizione tra uso e divieto. Nei Paesi OCSE gli studenti che ricorrono all’IA per specifiche attività scolastiche ottengono in media risultati inferiori in scienze di circa 20 punti rispetto a chi non la utilizza per quegli stessi compiti.

Si tratta di un’associazione statistica e non della prova che l’intelligenza artificiale causi risultati peggiori. Gli studenti possono utilizzare più frequentemente questi strumenti proprio perché incontrano difficoltà nello studio o devono affrontare determinate tipologie di esercizi.

Il dato più interessante riguarda la qualità dell’impiego. Gli utilizzatori abituali che ricevono a scuola una formazione specifica sull’IA tendono a ottenere risultati leggermente migliori. Il problema, quindi, non sembra essere soltanto quanto si utilizza un chatbot, ma se lo studente possiede gli strumenti per verificarne le risposte, riconoscerne gli errori e non delegargli interamente il ragionamento.

A scuola due ore di digitale per imparare e un’ora e mezza per svago

Gli studenti italiani dichiarano di utilizzare i dispositivi digitali a scuola per circa due ore al giorno a fini didattici, contro una media OCSE di un’ora e 42 minuti. A queste si aggiungono mediamente un’ora e mezza dedicata allo svago, rispetto a poco più di un’ora nei Paesi OCSE.

Il 37% dei quindicenni italiani riferisce che i compagni vengono spesso distratti dai dispositivi digitali durante la maggior parte o la totalità delle lezioni di scienze. La media OCSE si ferma al 28%.

Dopo aver considerato le condizioni socioeconomiche degli studenti e delle scuole, in Italia chi segnala frequenti distrazioni digitali ottiene in scienze 13 punti in meno rispetto a chi descrive un ambiente di apprendimento senza queste interferenze.

Anche in questo caso non è possibile stabilire un rapporto diretto di causa ed effetto. Il dato mostra comunque che la presenza della tecnologia non garantisce automaticamente un miglioramento dell’apprendimento.

Il 63% degli studenti italiani frequenta scuole in cui l’uso del cellulare è vietato in tutti gli spazi dell’istituto, contro il 49% medio OCSE. Nel 2022 la percentuale italiana era del 46%. Il divieto si è quindi esteso rapidamente, ma il livello di distrazione percepito suggerisce che le regole, da sole, non siano sufficienti senza educazione digitale e applicazione coerente.

Il dato sulle assenze: il 63% ha saltato almeno una giornata

Uno dei segnali più delicati riguarda la frequenza scolastica. Il 63% degli studenti italiani dichiara di aver saltato almeno un’intera giornata di scuola nelle due settimane precedenti la prova. La media OCSE è del 22%.

Il 43% afferma inoltre di aver saltato almeno una lezione, contro il 24% medio OCSE. Sono risposte fornite direttamente dagli studenti e non dati amministrativi: non consentono quindi di ricostruire le cause delle assenze o di distinguere tutte le diverse situazioni individuali.

Il divario rispetto agli altri Paesi è però abbastanza ampio da indicare un problema di partecipazione scolastica che merita un approfondimento specifico, soprattutto perché la continuità della frequenza è legata alle opportunità di apprendimento e al rischio di dispersione.

Meno sostegno percepito da parte degli insegnanti

Gli studenti italiani descrivono anche un sostegno degli insegnanti di scienze inferiore alla media OCSE.

Il 62% afferma che il docente mostra interesse per l’apprendimento di ogni studente, contro una media internazionale del 69%. Il 58% sostiene che l’insegnante continui a spiegare finché gli studenti non hanno compreso, rispetto al 66% OCSE. Il 65% dichiara di ricevere un aiuto aggiuntivo quando necessario, contro il 73%.

Anche il clima in classe presenta alcune criticità. Il 38% degli studenti italiani segnala rumore e disordine durante le lezioni di scienze, mentre il 33% afferma che i compagni non ascoltano quello che dice l’insegnante.

Sono aspetti che il rapporto considera centrali: i risultati non dipendono soltanto dai programmi, dalle ore di lezione o dalla disponibilità di dispositivi, ma anche dalla qualità delle relazioni e dalla possibilità concreta di lavorare in un ambiente ordinato e partecipato.

Il divario sociale resta ampio

In Italia gli studenti provenienti dal quarto delle famiglie più avvantaggiate superano quelli del quarto più svantaggiato di 80 punti in scienze. Il divario è leggermente inferiore alla media OCSE, pari a 85 punti, ma resta molto ampio.

Il contesto socioeconomico spiega l’11% delle differenze nei risultati scientifici degli studenti italiani. Allo stesso tempo, il 12% dei ragazzi svantaggiati riesce a collocarsi nel gruppo con le prestazioni migliori del proprio Paese: sono gli studenti che l’OCSE definisce “accademicamente resilienti”.

Tra i segnali positivi emerge anche l’attenzione per l’ambiente. Il 77% degli studenti italiani raggiunge almeno la competenza di base nelle scienze ambientali e il 72% vorrebbe svolgere in futuro un lavoro che contribuisca alla protezione dell’ambiente, contro una media OCSE del 62%.

Che cosa misura davvero PISA

PISA non valuta la preparazione su uno specifico programma scolastico nazionale e non assegna voti alle singole scuole. Misura la capacità dei quindicenni di utilizzare conoscenze e competenze per affrontare problemi, interpretare informazioni e ragionare in situazioni concrete.

Ogni studente ha svolto al computer una prova di circa due ore dedicata a due discipline, accompagnata da un questionario personale. Nel 2025 la materia principale è stata scienze, mentre matematica e lettura sono state rilevate con un numero più limitato di domande.

Il rapporto introduce inoltre una valutazione sulla risoluzione computazionale dei problemi, che comprende l’uso di modelli, strumenti di programmazione ed esperimenti digitali. In questo ambito l’Italia ottiene un risultato medio inferiore a quello OCSE.

I dati italiani rispettano gli standard di qualità previsti dall’indagine, ma devono essere letti come una fotografia statistica del sistema e non come una classifica assoluta della qualità della scuola.

Il messaggio del nuovo PISA non è dunque quello di un’Italia in caduta libera. Il Paese conserva una buona capacità di portare molti studenti alle competenze di base e mantiene un punto di forza nella lettura. Le difficoltà emergono nella matematica, nei livelli di eccellenza, nella partecipazione scolastica e nella gestione consapevole degli strumenti digitali.

Proprio mentre l’intelligenza artificiale entra stabilmente nello studio quotidiano, la sfida della scuola non è semplicemente aggiungere tecnologia. È insegnare agli studenti a usarla senza rinunciare a leggere con attenzione, verificare le fonti e costruire autonomamente il proprio ragionamento.

Redazione Roma

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