Il nuovo rapporto Cnel conferma quello che scriviamo da tantissimi anni: i giovani italiani, specie quelli con preparazione terziaria, vanno via dal nostro Paese e in gran parte non rientrano più. Ora più che mai dovremmo attivare delle politiche per frenare questo esodo e incentivare i nostri ragazzi a restare.
Spendiamo miliardi per formarli nelle scuole e nelle nostre università, per lasciarli poi andare all’estero in cerca di un futuro dignitoso. Se pensiamo anche alla crisi demografica che il Paese sta vivendo, sembrerebbe scontato correre ai ripari, sul serio. Da un lato frenare l’emorragia e dall’altro favorire e incentivare il rientro.
Pensate che in quattordici anni l’Italia ha perso, al netto dei rientri, 441 mila giovani tra i 18 e i 34 anni. Nel solo 2024 il saldo negativo ha superato le 61 mila unità. E il valore del capitale umano che ogni anno lascia il Paese è stimato in 16 miliardi di euro. È il quadro tracciato dal nuovo Rapporto CNEL «Giovani Expat. Come farli tornare», pubblicato il 7 settembre 2026, che affianca l’analisi dei flussi migratori a un questionario rivolto agli italiani che studiano o lavorano all’estero.
Il messaggio degli intervistati è netto: la disponibilità a rientrare non manca, ma dipende soprattutto dalla qualità del lavoro offerto in Italia. Retribuzioni più alte, opportunità coerenti con le competenze e carriere fondate sul merito vengono prima degli incentivi fiscali e dei richiami affettivi. Il problema, dunque, non è soltanto riportare a casa chi è partito. È evitare che la partenza diventi l’unica scelta ragionevole per chi conclude un percorso di studi qualificato.
La partenza arriva spesso prima del primo lavoro
Tra le persone comprese nel nucleo centrale dell’indagine, il 58% dichiara di aver lasciato l’Italia subito dopo gli studi, senza avere mai sperimentato un lavoro nel Paese. Il dato aiuta a capire perché l’espressione «fuga dei cervelli» racconti soltanto una parte del fenomeno: molti giovani non abbandonano una carriera italiana già avviata, ma scelgono direttamente di iniziarla altrove.
Il campione raccolto dal CNEL è fortemente qualificato: il 93% dei rispondenti possiede almeno una laurea, considerando lauree triennali e magistrali, master e dottorati. Economia, ingegneria industriale o informatica, scienze naturali, discipline politico-sociali e informatica sono tra gli ambiti più rappresentati. Anche per questo le percentuali descrivono soprattutto la parte più istruita della nuova emigrazione giovanile e non tutti i giovani italiani residenti all’estero.
Per i giovani expat italiani il salario è decisivo, ma non basta
Le retribuzioni più alte sono la condizione giudicata «estremamente rilevante» dall’83% degli intervistati per prendere in considerazione il ritorno. Sommando le valutazioni di rilevanza, le opportunità di lavoro adeguate al profilo professionale raggiungono l’88%, la richiesta di maggiore meritocrazia il 79%, gli incentivi al rientro il 75% e la conciliazione tra vita e lavoro il 72%.
Quando il questionario chiede di indicare una sola priorità, la gerarchia diventa ancora più chiara: il 53% sceglie le retribuzioni, il 19% le opportunità di lavoro e il 6% la meritocrazia. Il salario è quindi la prima leva, ma il ritorno non si compra soltanto con un bonus. Servono ruoli coerenti con la formazione, possibilità di crescita, stabilità e criteri trasparenti nelle valutazioni e nelle carriere.
Le ragioni della partenza raccontano lo stesso problema da un’altra prospettiva. Le basse retribuzioni sono considerate rilevanti o estremamente rilevanti dall’88,4% dei rispondenti; seguono una cultura del lavoro percepita come arretrata, indicata dall’80,7%, e la scarsa valorizzazione delle competenze, al 74,6%.
Il divario salariale con l’Europa si è allargato
Il rapporto confronta i salari a parità di potere d’acquisto tra il 2000 e il 2024. In questo periodo l’Italia è passata da un vantaggio dell’1% rispetto alla Spagna a un ritardo del 7%. Lo svantaggio verso la Germania è cresciuto dal 14% al 36%, mentre quello nei confronti della Svizzera è salito dal 39% al 71%.
Sono differenze che incidono sulla scelta del primo impiego e sulle prospettive successive. Se il 58% degli intervistati parte appena terminata la formazione, il confronto non avviene dopo anni di carriera: comincia nel momento in cui un neolaureato valuta dove il proprio titolo e le proprie competenze possano essere riconosciuti meglio.
Che cosa significano davvero i 16 miliardi
La cifra più forte del Rapporto CNEL richiede una precisazione. I 16 miliardi di euro non rappresentano una perdita annua di PIL né una spesa che esce direttamente dalle casse pubbliche. Sono la stima del valore del capitale umano trasferito all’estero, calcolato attraverso i costi sostenuti per la crescita e l’istruzione delle persone dalla nascita al termine del percorso educativo.
Nel calcolo rientrano la spesa pubblica per l’istruzione e quella sostenuta dalle famiglie per crescere un figlio. La stima complessiva per il periodo 2011-2024 è di 159,5 miliardi di euro. Concentrandosi sulle tendenze più recenti del triennio 2022-2024, il valore medio arriva appunto a 16 miliardi l’anno, ai prezzi del 2024. Lo stesso rapporto chiarisce che si tratta di una valutazione prudenziale, perché non comprende, tra le altre voci, l’istruzione precedente alla scuola primaria, la sanità e alcuni servizi pubblici.
Dal Mezzogiorno una domanda più forte di merito e stabilità
La priorità salariale attraversa tutto il Paese, ma non nello stesso modo. Se si può scegliere un solo intervento, le retribuzioni vengono indicate dal 55% dei rispondenti provenienti dal Nord e dal 48% di quelli originari del Mezzogiorno. Tra questi ultimi acquistano più peso la meritocrazia e la stabilità del lavoro.
La differenza emerge anche nelle ragioni della partenza: clientelismo e raccomandazioni sono considerati rilevanti o estremamente rilevanti dal 64,5% degli intervistati provenienti dal Sud, contro il 42% di quelli del Nord. Il dato non fotografa automaticamente l’esperienza di tutti gli expat meridionali, ma segnala che alle distanze economiche si somma una questione di fiducia nelle regole di accesso e di avanzamento.
Un’indagine da leggere con la giusta cautela
Il Rapporto analizza 1.803 questionari completi raccolti fino al 23 maggio 2026. Dopo la pulizia dei dati e i filtri per età e momento dell’espatrio, il segmento centrale utilizzato per studiare le opinioni dei giovani expat comprende 1.488 persone con meno di 35 anni, partite a partire dai 14 anni.
Il CNEL precisa che il questionario online è stato compilato da un panel autoselezionato: il campione non è quindi rappresentativo dell’intera popolazione dei giovani italiani all’estero. Alcune regioni, come Lombardia e Lazio, risultano sovrarappresentate, mentre Campania e Sicilia sono sottorappresentate. Le percentuali vanno lette come le risposte dei partecipanti, non come un sondaggio generalizzabile a tutti gli expat.
Questa cautela non cancella il segnale. Alla domanda su dove si immaginano tra cinque anni, il 63% risponde «ovunque ci siano le migliori opportunità»; il 31% si vede sicuramente all’estero e soltanto il 6% sicuramente in Italia. La porta del ritorno resta aperta, ma la scelta dipenderà dalla capacità del Paese di trasformare salari, merito e qualità del lavoro da promesse in condizioni concrete.



