Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara vuole trasformare in legge il tetto del 30% agli alunni stranieri nelle classi. Tuttavia, non si tratta di una regola completamente nuova. Una soglia simile è già prevista da una circolare ministeriale del 2010.
Il punto decisivo è un altro: oggi il limite rappresenta un criterio organizzativo e può essere modificato dagli Uffici scolastici regionali. La legge annunciata dovrebbe renderlo più vincolante. Al momento, però, non è ancora disponibile un testo normativo.
Il dibattito arriva mentre prende il via il rientro a scuola 2026/27, con circa otto milioni di studenti e una popolazione scolastica sempre più diversificata.
Il tetto del 30% esiste già dal 2010
La circolare ministeriale numero 2 dell’8 gennaio 2010 stabilisce che, di norma, gli alunni con cittadinanza non italiana non dovrebbero superare il 30% degli iscritti in ogni classe.
La formula “di norma” è importante. La soglia, infatti, non costituisce un divieto assoluto. La stessa circolare precisa che si tratta di un criterio organizzativo per la formazione delle classi. Non limita, quindi, il diritto delle famiglie a iscrivere i figli a scuola.
Il documento chiede inoltre una distribuzione equilibrata degli studenti tra gli istituti presenti nello stesso territorio. L’obiettivo dichiarato è evitare una concentrazione eccessiva in alcune scuole o sezioni.
Le deroghe dipendono dalla conoscenza dell’italiano
La soglia può essere aumentata dal direttore dell’Ufficio scolastico regionale quando gli studenti con cittadinanza non italiana possiedono una conoscenza adeguata dell’italiano. La circolare cita, in particolare, i ragazzi nati in Italia o che hanno frequentato per diversi anni le scuole italiane.
Il limite può anche essere ridotto. Ciò può accadere quando nella classe sono presenti molti studenti appena arrivati in Italia e con una conoscenza ancora insufficiente della lingua.
Questa distinzione mostra uno dei problemi principali del dibattito. La cittadinanza non coincide necessariamente con un bisogno linguistico o didattico. Un ragazzo nato e cresciuto in Italia può avere la cittadinanza di un altro Paese, ma parlare perfettamente italiano.
Al contrario, uno studente arrivato da poco può avere bisogno di un percorso intensivo per comprendere le lezioni e partecipare alla vita della classe. Perciò, la percentuale da sola non descrive la complessità delle situazioni presenti nelle scuole.
Che cosa ha annunciato Valditara
Valditara ha dichiarato che il limite previsto dalla circolare sarebbe stato applicato poco e che il Governo intende trasformarlo in legge. Gli Uffici scolastici regionali dovrebbero coordinare la distribuzione degli studenti tra gli istituti.
Secondo il ministro, in caso di superamento della soglia si dovrebbe verificare prima la disponibilità in altre sezioni dello stesso istituto. Successivamente, si potrebbero coinvolgere le scuole vicine. L’obiettivo sarebbe evitare sia le concentrazioni sia trasferimenti eccessivamente lontani dalla residenza degli studenti.
Il ministro ha inoltre annunciato l’arrivo di mille docenti destinati all’insegnamento dell’italiano agli studenti stranieri appena arrivati e privi delle competenze linguistiche di base.
Restano, però, diverse domande. Non è ancora chiaro come sarà calcolato il 30%, quali deroghe resteranno possibili e quali obblighi ricadranno sulle scuole. Inoltre, bisognerà capire come sarà applicato il limite nei quartieri o nei piccoli comuni dove non esistono istituti alternativi facilmente raggiungibili.
Oltre 930 mila studenti con cittadinanza non italiana
Secondo una stima pubblicata dal portale istituzionale Integrazione Migranti, nell’anno scolastico 2024/2025 gli studenti con cittadinanza non italiana erano oltre 930 mila. Rappresentavano circa l’11,6% della popolazione scolastica.
Il dato nazionale, tuttavia, nasconde differenze territoriali profonde. La presenza è maggiore nelle regioni settentrionali e nelle aree urbane dove si concentrano le opportunità di lavoro per le famiglie.
Una parte consistente di questi studenti è nata in Italia. Eppure continua a rientrare nelle statistiche degli “alunni stranieri” perché non possiede la cittadinanza italiana.
Nel frattempo, la denatalità sta riducendo il numero degli studenti e svuotando le classi in diverse aree del Paese. La distribuzione degli alunni con cittadinanza non italiana si intreccia quindi con la diminuzione generale della popolazione scolastica.
Il vero nodo è la qualità dell’integrazione
Evitare classi nelle quali si concentrano tutte le difficoltà linguistiche può favorire l’integrazione e il lavoro degli insegnanti. Tuttavia, una divisione basata soltanto sul passaporto rischia di mettere insieme situazioni molto diverse.
La futura legge dovrà quindi chiarire se il criterio principale sarà la cittadinanza oppure l’effettiva conoscenza dell’italiano. Dovrà anche indicare come garantire scuole vicine, trasporti sostenibili e continuità nei rapporti tra studenti, famiglie e territorio.
Inoltre, la distribuzione degli iscritti non può sostituire gli investimenti. Servono insegnanti preparati, mediatori culturali, laboratori linguistici e classi con un numero gestibile di studenti. Pesano anche le condizioni di sicurezza degli edifici scolastici e la disponibilità di spazi adeguati.
Per ora, dunque, il tetto del 30% agli alunni stranieri rimane una proposta politica fondata su un criterio amministrativo già esistente. Solo il testo della futura legge permetterà di capire se cambieranno davvero le regole e quali conseguenze concrete ci saranno per studenti e famiglie.



