Come sta cambiando la professione medica e quali competenze serviranno ai medici di domani? Tra intelligenza artificiale, medicina personalizzata, nuove frontiere dell’oncologia e un rapporto con il paziente che resta insostituibile, la formazione delle nuove generazioni è chiamata a evolvere insieme alla ricerca e alla pratica clinica.
A parlarne con Corriereuniv è Paolo Ascierto, Professore Ordinario di Oncologia all’Università degli Studi di Napoli Federico II e Direttore del Dipartimento Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione “G. Pascale”. Uno sguardo che parte dall’esperienza maturata sul fronte della ricerca e della cura oncologica per rivolgersi soprattutto ai giovani che stanno pensando di scegliere Medicina: dalle attitudini necessarie alle difficoltà dei primi anni universitari, fino all’importanza della pratica sul campo e della capacità di continuare a studiare per tutta la vita professionale.
Professore quali sono oggi le competenze che distinguono davvero un futuro medico, oltre alla preparazione scientifica di base?
La preparazione scientifica resta fondamentale, ma oggi non basta più conoscere la teoria.
La vera differenza la fa la capacità di trasformare le conoscenze in decisioni cliniche concrete, soprattutto in contesti complessi.
Un futuro medico deve saper ragionare, programmare il proprio lavoro, lavorare in team e aggiornarsi continuamente.
E poi ci sono competenze che nessun libro può insegnare completamente: l’empatia, l’ascolto, la gestione dello stress, la capacità di comunicare con il paziente e con i familiari.
La medicina è scienza, ma è anche profondamente umana.
L’impatto delle nuove tecnologie – dall’intelligenza artificiale alla medicina personalizzata e genomica – sta trasformando profondamente l’oncologia: quanto sta cambiando la formazione medica e quali competenze diventano imprescindibili?
Sta cambiando moltissimo.
Oggi la formazione medica è molto più evoluta rispetto al passato, perché l’oncologia moderna si basa sempre di più sulla comprensione dei meccanismi biologici e molecolari della malattia.
Diventa quindi imprescindibile conoscere i meccanismi d’azione dei nuovi farmaci, perché è proprio da lì che nascono nuove strategie terapeutiche, combinazioni e sequenze innovative.
Anche la genomica e il cosiddetto “network genetico” stanno assumendo un ruolo centrale: il medico del futuro dovrà saper integrare dati clinici, biologici e tecnologici in modo intelligente.
L’intelligenza artificiale sarà un supporto importante, ma il ragionamento clinico resterà sempre centrale.
Nei primi anni di università, quali sono le difficoltà più frequenti che osserva negli studenti e nelle studentesse? Ci sono aspetti del percorso che tendono a essere sottovalutati in fase di scelta?
La difficoltà principale è il grande salto che esiste tra liceo e università.
All’università cambia tutto: il metodo di studio, il livello di autonomia richiesto, il rapporto con i docenti.
Al liceo si è spesso più guidati; all’università bisogna imparare a organizzarsi, a gestire il tempo, a costruire un proprio metodo.
Molti studenti sottovalutano proprio questo aspetto: Medicina non è solo una facoltà difficile, è un percorso lungo che richiede costanza, equilibrio e capacità di reggere la pressione nel tempo.
Non basta essere bravi a scuola: serve motivazione vera.
Come può uno studente o una studentessa capire, prima di iscriversi, se Medicina è davvero il percorso adatto? Quali attitudini fanno la differenza nel lungo periodo, anche nel confronto con situazioni cliniche complesse?
Una parte dipende sicuramente dall’attitudine personale, ma molte cose si comprendono davvero solo sul campo.
Per questo consiglio sempre, quando possibile, di frequentare ambienti ospedalieri, parlare con medici, capire cosa significa concretamente questo lavoro.
Nel lungo periodo fanno la differenza soprattutto la capacità di ragionare, la lucidità nei momenti difficili e una solida cultura medica generale.
Ma conta anche la curiosità: chi smette di farsi domande, in medicina, smette di crescere.
L’oncologia è uno degli ambiti più in evoluzione: quali sono oggi le direzioni più promettenti della ricerca e della pratica clinica?
Senza dubbio l’immunoterapia e i bersagli molecolari.
L’immunoterapia ha cambiato la storia naturale di molti tumori, melanoma in primis, aprendo scenari che fino a pochi anni fa erano impensabili.
Parallelamente, la possibilità di colpire alterazioni molecolari specifiche sta rendendo la medicina sempre più personalizzata.
Oggi non trattiamo più soltanto “un tumore”, ma il profilo biologico di quel tumore in quel paziente.
E questo è solo l’inizio.
Oggi quanto conta integrare la formazione universitaria con esperienze pratiche già durante il percorso?
Conta tantissimo.
La medicina non si impara solo sui libri.
Il contatto precoce con il reparto, con i pazienti, con la pratica clinica, aiuta a dare un senso a ciò che si studia e a sviluppare gradualmente il ragionamento medico.
Anche osservare semplicemente un medico esperto mentre comunica con un paziente può insegnare molto.
La medicina si confronta con cambiamenti sempre più rapidi: la formazione attuale è adeguata a questa evoluzione, in particolare in ambiti ad alta complessità come l’oncologia?
Probabilmente non ancora del tutto.
La velocità con cui evolve oggi l’oncologia è impressionante, e i programmi formativi fanno inevitabilmente fatica a stare al passo.
Ma proprio qui entra in gioco il ruolo di noi insegnanti: dobbiamo trasmettere non solo nozioni, ma anche un metodo mentale, la capacità di aggiornarsi continuamente e di interpretare il cambiamento.
Perché oggi un medico non può permettersi di smettere di studiare.
Guardando al suo percorso, c’è stata una scelta o un passaggio che si è rivelato particolarmente determinante nella sua carriera?
Sì.
Ricordo molto bene l’incontro con la virologia oncologica durante l’esame di Patologia Generale.
Lì ho capito che dietro il tumore esisteva un mondo biologico complesso e affascinante, e che la ricerca poteva realmente cambiare la vita dei pazienti.
È stato probabilmente uno dei momenti che ha orientato il mio percorso.
Se dovesse dare un consiglio concreto a quanti stanno valutando Medicina, quale sarebbe?
Direi una cosa semplice:
vai dove ti porta il cuore.
Perché Medicina è una professione bellissima, ma richiede sacrificio, tempo, energia emotiva.
Se scegli questa strada solo per prestigio o sicurezza, nei momenti difficili rischi di perderti.
Se invece c’è passione vera, allora anche la fatica acquista un significato.
Mariano Berriola



