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Università di Torino, tasse più alte per gli studenti stranieri. “Si pagherà in base al Pil del Paese di provenienza”

Marco Vesperini by Marco Vesperini
8 Giugno 2026
in Università
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Fino a pochi giorni fa se eri uno studente straniero si pagavano mille euro l’anno per studiare a Torino, senza distinzioni. Ora invece gli universitari internazionali avranno (quasi) le stesse tasse degli italiani. È questa la frase che nei giorni scorsi ha attraversato il Senato accademico dell’Università durante l’approvazione della modifica al regolamento sulla tassazione. Una revisione che riguarda migliaia di iscritti arrivati sotto la Mole dall’estero e che punta a correggere un sistema considerato ormai poco equilibrato.

La contribuzione degli internazionali viene calcolata non sulla base dell’Isee (come per chi vive da tempo in Italia), ma del Pil pro capite del Paese di provenienza. Un modello introdotto da Unito (diffuso in gran parte degli atenei d’Italia) negli ultimi anni per superare il sistema degli Isee parificati. In pratica, l’Università prende come riferimento il reddito medio del Paese d’origine e applica una fascia contributiva corrispondente. Più il Paese è ricco, più aumentano le tasse. Ma, nonostante questo principio, le rette risultavano comunque quasi sempre inferiori rispetto a quelle pagate dagli italiani con condizioni economiche analoghe. Anche per chi proveniva da Paesi ricchissimi come il Qatar, dove il reddito medio pro capite sfiora i 100 mila euro. Un reddito che per chi risiede a Torino da tempo avrebbe richiesto un esborso di circa 3 mila euro ma che invece per gli internazionali si fermava a mille. Le distorsioni, quindi, non mancavano. Un ragazzo proveniente dagli Stati Uniti, Paese con un Pil pro capite superiore ai 60 mila euro annui, pagava fino a oggi mille euro di tasse universitarie, contro gli almeno 1.500 richiesti a un italiano con un reddito equivalente.

Il nuovo regolamento dell’Ateneo

Con il nuovo regolamento scatteranno gli aumenti. Sono circa ottanta gli iscritti che subiranno il rincaro maggiore: passeranno da mille a 1.500 euro annui. Provengono da Stati Uniti, Irlanda, Danimarca, Lussemburgo, Svizzera, Paesi Bassi, Norvegia e San Marino. Ma gli aumenti interesseranno anche le fasce intermedie. Chi arriva da Paesi con un Pil pro capite compreso tra 26 e 34 mila euro pagherà non più 500 ma 600 euro all’anno. È il caso, per esempio, di Russia, Lettonia, Grecia, Bulgaria e Turchia. Resteranno invece sostanzialmente invariate le contribuzioni per chi proviene da Paesi con Pil pro capite inferiore ai 24 mila euro annui. In questa fascia le tasse continueranno a essere intorno ai 300 euro. Vi rientrano Iran, con circa 900 iscritti, la comunità internazionale più numerosa di Unito, ma anche Marocco e Albania. La riforma riguarda non solo chi risiede all’estero e sceglie Torino per studiare, ma anche chi vive in Italia e ha il nucleo familiare, da cui dipende economicamente, residente in un altro Paese. Una platea ampia che coinvolge la grande maggioranza dei circa 6 mila internazionali iscritti a Unito.

“È una riflessione che nasce da lontano”, spiega Alessandro Mengozzi, professore e presidente della commissione didattica del Senato accademico. “Già l’anno scorso i rappresentanti degli studenti avevano chiesto di allineare maggiormente la contribuzione internazionale a quella italiana. Abbiamo osservato cosa avviene negli altri atenei e costruito un modello coerente”. Mengozzi sottolinea anche la difficoltà del sistema precedente: “L’Isee certificato era una procedura molto onerosa in termini di tempo e denaro. In alcuni casi si finiva per spendere più per ottenere la documentazione che per pagare la tassazione universitaria stessa”.

Non mancano però le criticità. “Qualcuno ha osservato che persone provenienti dallo stesso Paese possono avere situazioni economiche molto diverse“, aggiunge il docente. “È vero, ma continueremo a monitorare. In ogni caso una larga parte degli internazionali resterà nelle fasce più basse perché proviene da Paesi con redditi medi inferiori”.
Anche perché, come spiega il vicerettore alla didattica Matteo Milani, “dal punto di vista complessivo gli incassi per l’Università non cambieranno. Il punto centrale non è aumentare le entrate, ma rendere il sistema più equo“.

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