“Tre mesi di vacanza non sono più un diritto al riposo, ma un lusso che non ci possiamo permettere. Né come famiglie, né come società”: con questa frase incisiva, lo scrittore e insegnante Enrico Galiano su Il Libraio mette in discussione uno dei pilastri della tradizione scolastica italiana — la lunghissima pausa estiva — sostenendo che non è più sostenibile né educativo.
Secondo Galiano, si tratta di una questione strutturale che riflette le trasformazioni della società. Le lunghe vacanze aggravano le disuguaglianze, creano problemi logistici a migliaia di famiglie e penalizzano il benessere cognitivo degli studenti, soprattutto quelli più fragili.
Sul piano europeo, il nostro calendario scolastico si distingue per durata. L’Italia vanta uno tra i sistemi più lunghi d’Europa, con circa 200 giorni di lezione all’anno, ma anche uno dei periodi estivi più prolungati, simile a Lettonia e Malta.
Il protrarsi delle vacanze produce effetti negativi: la cosiddetta “summer learning loss” (perdita di apprendimento estivo) comporta una regressione nelle competenze acquisite durante l’anno e accentua il divario tra studenti con risorse e opportunità diverse.
Galiano non rifiuta in toto l’estate, ma ne chiede una revisione intelligente. Propone — e c’è già chi si mobilita — una riforma del calendario scolastico più flessibile e moderno, con una riduzione della pausa estiva e una redistribuzione delle pause nell’arco dell’anno. Immagina un sistema con più settimane di riposo brevi distribuite tra trimestri scolastici, per garantire equilibrio, continuità didattica e supporto alle famiglie.
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