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FFO 2026, il paradosso dei corsi con pochi studenti: chi protegge le discipline che rischiamo di perdere?

redazione by redazione
17 Agosto 2026
in News, Università
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FFO 2026, il paradosso dei corsi con pochi studenti: chi protegge le discipline che rischiamo di perdere?



Con la pubblicazione del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) 2026 è ricominciata la consueta conta dei vincitori e dei perdenti. Ma dietro le variazioni c’è un meccanismo che merita di essere osservato più da vicino, perché dice molto sul modello di università che stiamo finanziando. Quanti studenti servono perché un corso di laurea “valga” abbastanza?
Il FFO si articola principalmente in quota base, quota premiale e quota perequativa. Ed è soprattutto nella quota base che il numero di studenti diventa decisivo. Nel 2026, il 38% del FFO, al netto degli interventi vincolati, viene distribuito attraverso il costo standard per studente.

L’idea alla base del costo standard può essere condivisa oppure contestata. Ma anche accettandone la logica, resta il problema del metro con cui si misura. E quel metro è, in larga parte, la numerosità.  

Le classi di laurea sono divise in gruppi e a ciascun gruppo vengono attribuite una numerosità minima e una massima. Se gli studenti rientrano nella fascia, alcune componenti del costo restano invariate. Se sono sotto il minimo, il costo viene ridotto proporzionalmente; se sono sopra il massimo, aumenta.
Facciamo un esempio. Per Ingegneria civile e ambientale, la fascia standard è di 160-225 studenti. Se gli studenti in corso sono 100, per alcune componenti del costo il coefficiente è 100/160, cioè il 62,5%. Tra 160 e 225 il coefficiente è 1. Con 300 studenti sale invece a 300/225, circa il 133%. Questo non significa che il FFO dell’ateneo cambi nella stessa proporzione: il coefficiente riguarda solo alcune componenti del costo standard. 
Il punto è che la numerosità fotografa la distribuzione degli studenti tra le discipline, una distribuzione che dipende dalla domanda, ma anche dall’offerta formativa e, in alcuni casi, dai vincoli di accesso. La domanda degli studenti può riflettere le opportunità offerte dal mercato del lavoro, ma non coincide necessariamente né con esse né con i bisogni scientifici e culturali del Paese.
Ed è qui che nasce la domanda più interessante: le numerosità fissate dal modello fotografano ancora l’università italiana di oggi oppure continuano a descrivere, almeno in parte, quella di ieri?
Per la maggior parte delle classi le fasce oggi vigenti coincidono ancora con quelle introdotte nel 2018. Nel frattempo la distribuzione degli studenti tra le discipline è cambiata.
Per capire il fenomeno abbiamo utilizzato gli open data del MUR*, considerando le sole università statali. Non essendo disponibile nell’open data utilizzato per ogni classe e ateneo il numero esatto degli studenti in corso, abbiamo costruito una stima sommando le coorti corrispondenti alla durata normale del corso. 
La stima tende peraltro a sovrastimare gli studenti effettivamente in corso, perché non sottrae abbandoni e trasferimenti. Da questo punto di vista, l’individuazione degli atenei che restano comunque sotto la soglia minima può essere considerata prudenziale.


Prendiamo sempre Ingegneria. Nelle triennali, Ingegneria civile, Ingegneria dell’informazione e Ingegneria industriale hanno la stessa fascia standard: 160-225 studenti. Eppure la nostra stima colloca sotto il minimo 13 dei 39 atenei in cui risulta Ingegneria civile, contro 2 su 42 per Ingegneria dell’informazione e 4 su 42 per Ingegneria industriale. Nelle magistrali la distanza aumenta: Ingegneria civile è sotto il minimo in 27 atenei su 37, Ingegneria per l’ambiente e il territorio in 25 su 30.
Scienze geologiche è sotto la soglia minima in 22 dei 28 atenei considerati e nella magistrale il rapporto sale a 27 su 28. Molti atenei sotto la soglia minima si registrano anche per Chimica, Matematica e Fisica.
Nell’area umanistico-sociale il fenomeno riguarda soprattutto le magistrali. Filologia, letterature e storia dell’antichità è sotto il minimo in 28 atenei su 30; Archeologia in 30 su 33. La situazione è diversa per Lettere triennale, dove soltanto 3 dei 44 atenei considerati risultano sotto il minimo. Economia e gestione aziendale non ne ha nessuno; in Giurisprudenza sono solo 4 su 48.
A questo punto sarebbe facile arrivare a una conclusione apparentemente logica: se un corso resta sistematicamente sotto il minimo, forse bisogna chiuderlo o accorparlo. In alcuni casi può anche apparire una scelta sensata. Ma se la stessa pressione economica riguarda contemporaneamente Geologia, Archeologia, Filologia classica, alcune aree dell’Ingegneria e altre discipline che raccolgono oggi una domanda studentesca relativamente contenuta, bisogna chiedersi che cosa accadrebbe all’università statale nel suo complesso.
Un corso con pochi studenti costa. Ha bisogno di docenti, strutture, servizi e, in alcuni casi, laboratori. Una struttura che forma cinquanta studenti invece di duecento non costa automaticamente un quarto. Il finanziamento riconosciuto dal modello, però, per alcune componenti può ridursi in modo significativo.
Non significa che il costo standard faccia automaticamente chiudere i corsi piccoli. Sarebbe una conclusione che i dati non consentono di sostenere. La domanda è se una bassa numerosità indichi sempre inefficienza oppure, in alcuni casi, sia il prezzo che un’università pubblica deve pagare per conservare competenze scientifiche e culturali che non possono essere valutate soltanto contando gli iscritti.
C’è un caso quasi paradossale: Conservazione e restauro dei beni culturali, classe LMR/02, una disciplina in cui il nostro paese eccelle. La numerosità minima prevista è di 225 studenti. Nella nostra stima, tutti e dieci gli atenei statali considerati restano abbondantemente sotto quella soglia. La mediana è di circa 34 studenti. È forse più ragionevole chiedersi se sia la soglia a non descrivere correttamente la natura di quella formazione.
Il costo standard è nato per rendere il finanziamento più razionale e più vicino all’attività svolta dagli atenei. Proprio per questo sarebbe utile verificare periodicamente le numerosità alla luce della distribuzione reale degli studenti, evitando che fasce rimaste per molte classi invariate almeno dal 2018 continuino a fotografare un sistema che nel frattempo è cambiato.
Il problema però è che modificare le numerosità non è affatto semplice. È facile osservare che alcune soglie sembrano descrivere sempre meno la distribuzione attuale degli studenti; molto più difficile è cambiarle senza produrre conseguenze rilevanti sul finanziamento degli atenei. 
Il punto non è quindi attribuire responsabilità al Ministero, alla CRUI o a chi ha contribuito alla costruzione del modello: qualunque revisione deve fare i conti con un sistema nel quale il costo standard contribuisce a determinare il peso relativo dei singoli atenei nel riparto del FFO. Se cambiano in modo significativo le soglie, cambiano anche quei pesi. E se le risorse restano ferme, la matematica è impietosa: qualcuno guadagna e qualcun altro perde.
La recente VQR ha mostrato quanto possano cambiare i pesi degli atenei quando si aggiorna uno dei grandi criteri di distribuzione. Non a caso, lo schema FFO 2026 mantiene una clausola di salvaguardia, anche per contenere variazioni eccessive in una fase in cui cambia la VQR e aumenta ulteriormente il peso del costo standard. Sul costo standard il problema sarebbe ancora più delicato, perché una revisione inciderebbe su molte classi e su tutti gli atenei. Aggiornare le numerosità con i valori attuali sarebbe una possibile risposta, ma non necessariamente l’unica. Si potrebbe anche immaginare che alcune filiere vengano finanziate attraverso criteri diversi dalla sola distribuzione degli studenti, riconoscendo esplicitamente il valore di mantenere determinate competenze e capacità formative anche quando la domanda è limitata.
Pensare di rifare i conti da un anno all’altro è comunque poco realistico. Una revisione seria avrebbe bisogno di gradualità e soprattutto di risorse aggiuntive. Sarebbe più semplice aggiornare progressivamente il sistema in una fase di crescita consistente del FFO, utilizzando parte delle risorse aggiuntive per accompagnare i nuovi equilibri. Senza risorse aggiuntive, rivedere lo standard significa togliere a qualcuno per dare a qualcun altro. Ed è probabilmente questo il vero ostacolo a una revisione profonda del modello.
Alla fine la domanda è se la distribuzione degli studenti possa diventare, attraverso il finanziamento, anche un criterio per decidere quali discipline debbano crescere e quali possano progressivamente ridursi. Gli studenti scelgono legittimamente sulla base delle proprie aspettative e preferenze, che possono riflettere il mercato del lavoro ma non coincidono necessariamente con i bisogni scientifici, culturali e professionali di un Paese. Una competenza dispersa può essere molto difficile da ricostruire. Anche proteggerla, quando serve, è uno dei compiti di un sistema universitario pubblico. E questo può richiedere, almeno per alcune discipline, criteri di finanziamento che riconoscano un valore anche a ciò che il numero degli studenti, da solo, non riesce a misurare.

Stefano Ubertini

redazione

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