Che cosa significa oggi studiare Giurisprudenza in un mondo in cui il diritto deve confrontarsi con intelligenza artificiale, trasformazione digitale, nuove professioni e contesti sempre più internazionali? La preparazione giuridica resta centrale, ma non può più limitarsi alla conoscenza delle norme: servono capacità di interpretare il cambiamento, dialogare con altre discipline e utilizzare in modo consapevole le nuove tecnologie.
A parlarne con Corriereuniv è Bernardo Giorgio Mattarella, Professore ordinario di Diritto amministrativo e Direttore del corso di laurea in Giurisprudenza presso la Luiss Guido Carli. Dalla formazione universitaria alle competenze richieste dal mercato del lavoro, dal rapporto tra diritto e tecnologia all’importanza delle esperienze internazionali, Mattarella traccia il profilo del giurista di domani e offre alcuni consigli agli studenti che stanno valutando questo percorso: imparare a ragionare, scrivere bene, conoscere le lingue e, soprattutto, acquisire gli strumenti per continuare a imparare nel tempo.
Professore, cosa significa davvero studiare giurisprudenza oggi? È ancora un percorso centrato sull’interpretazione delle norme o richiede una comprensione più ampia dei fenomeni economici, istituzionali e sociali?
L’interpretazione delle norme è sempre stata un’abilità necessaria del giurista e continua a esserlo, ma ci altre abilità altrettanto importanti, come quella di applicare i princìpi che stanno al di sopra di molte norme e di comprendere gli orientamenti giurisprudenziali sull’applicazione del diritto. Oggi più che mai, poi, il giurista deve essere in grado di dialogare con esperti di altre discipline, dall’economia all’informatica alla scienza politica, perché i contesti di lavoro richiedono competenze integrate e i metodi di lavoro si evolvono. Studiare il diritto serve non solo a conoscere il diritto, ma anche a comprendere i fenomeni sociali e a governare gli sviluppi tecnologici. È per questo che nel nostro corso di laurea puntiamo sull’integrazione delle competenze e, in modo molto forte, sul rapporto tra diritto e tecnologia.
Quali sono le competenze distintive che un corso di laurea in giurisprudenza dovrebbe oggi garantire ad uno studente o una studentessa?
Un corso di laurea deve fornire una buona conoscenza dei diversi settori del diritto e la capacità di risolvere i problemi giuridici. Il laureato in giurisprudenza deve naturalmente avere imparato gli elementi essenziali delle varie discipline giuridiche, ma deve soprattutto essere in grado di risolvere i problemi di applicazione del diritto. Servono, poi, competenze oggi indispensabili, come la conoscenza delle lingue straniere e dell’informatica applicata al diritto, che nel nostro corso di laurea sono molto valorizzate. E servono competenze trasversali, come quella di parlare in pubblico, preparare presentazioni, negoziare, lavorare in gruppo: tutte attività nelle quali gli studenti devono esercitarsi durante gli studi universitari. Non ultimo, bisogna saper scrivere in buon italiano, perché il mestiere del giurista consiste molto più nello scrivere che nel parlare.
L’impatto delle nuove tecnologie sta trasformando anche il diritto: quanto sta cambiando la formazione giuridica e quali competenze nuove diventano indispensabili?
La formazione giuridica deve cambiare per almeno due ragioni. Primo, perché cambiano le professioni giuridiche: l’intelligenza artificiale è già in grado di svolgere molte attività prima svolte da giuristi, quindi dobbiamo insegnare a svolgere le attività più creative e originali, che sono meno sostituibili dalle macchine. Secondo, perché cambiano gli studenti: usano la tecnologia, ma devono imparare a usarla in modo critico e controllato. Quando si saranno laureati, avranno a disposizione macchine intelligenti, banche dati ricchissime e software sofisticati: sarebbe stupido scoraggiarli, dobbiamo invece insegnare loro a usarle in modo utile.
Nei primi anni di università, quali sono le difficoltà più frequenti che incontrano gli studenti e le studentesse? Ci sono aspetti del percorso che tendono ad essere sottovalutati in fase di scelta?
Naturalmente lo studio universitario è molto diverso da quello scolastico, quindi è particolarmente importante la capacità di programmare il lavoro. E serve una certa disciplina nel seguire le lezioni e nello studio, fin dall’inizio dei corsi: il rischio maggiore è di sottovalutare l’impegno degli esami, perché sembrano lontani nel tempo. Per questo bisogna seguire gli studenti e incoraggiarli a seguire le lezioni. Gli studenti di giurisprudenza, poi, devono gestire la dimensione dei libri di testo, spesso ragguardevole. Anche per affrontarne lo studio, la frequenza delle lezioni è molto importante e a volte sottovalutata.
Come può uno studente o una studentessa capire, prima di iscriversi, se giurisprudenza è davvero il percorso adatto? Quali attitudini fanno la differenza nel lungo periodo?
L’attività di orientamento è ovviamente molto importante. Alla Luiss cerchiamo di aiutare gli studenti a scegliere la facoltà con alcune presentazioni dei vari corsi di laurea, nel corso dell’anno, e con le summer school di orientamento. Ci sono anche alcuni libri che possono aiutare, ma credo che il modo migliore per farsi un’idea sia parlare con i professionisti del diritto. Se dovessi individuare le attitudini più importanti per studiare il diritto, direi il senso logico e il buon senso, perché il diritto richiede un continuo confronto tra regole e situazioni concrete, per applicare le prime alle seconde, ma questa applicazione non deve mai condurre a risultati insensati o contrari all’obiettivo della norma.
Guardando al suo percorso, c’è una scelta fatta nei primi anni di studio che, col senno di poi, si è rivelata particolarmente determinante?
Nel mio caso la scelta più importante è stata probabilmente quella di proseguire gli studi all’estero: appena laureato, andai negli Stati Uniti a frequentare un master, quindi di fatto feci un anno di università in più, che mi diede una prospettiva diversa sia sul diritto, sia sul mondo universitario. Quando io mi laureai, era una scelta abbastanza eccentrica, ma per fortuna oggi, grazie al programma Erasmus e ai tanti scambi con università straniere, molti studenti hanno la possibilità di svolgere esperienze all’estero, già durante il corso di laurea. Io incoraggio sempre gli studenti ad approfittare delle molte possibilità che la Luiss offre. Si potrebbe pensare che per il diritto, che è radicato negli Stati, lo studio all’estero sia meno importante, ma è il contrario: proprio studiare sistemi diversi è importante per capire meglio il proprio.
Il mercato del lavoro per i laureati in giurisprudenza negli ultimi anni è cambiato? Se sì, quali trasformazioni ritiene più rilevanti e quali nuovi ambiti stanno emergendo?
Il mercato cambia continuamente e cambiano anche le preferenze dei laureati: in certi periodi sono più attratti dalla professione di avvocato, in altri da concorsi come quello per la magistratura o per la diplomazia, in altri ancora dal settore privato. Poiché il diritto è sempre più complesso, è importante avere una specializzazione da spendere, che però non dovrebbe riferirsi ad ambiti troppo ristretti. Mi sembra che gli ambiti in espansione siano soprattutto quelli legati all’informatica, all’economia digitale e al governo dei dati.
Oggi quanto conta integrare la formazione teorica con esperienze pratiche già durante il percorso universitario?
Sicuramente è più importante di quando mi sono laureato io, per la semplice ragione che si fa un anno in più di università, quindi si entra nel mercato del lavoro un anno dopo. A mio parere quattro anni sarebbero ampiamente sufficienti per studiare tutte le discipline giuridiche importanti. Dato che abbiamo cinque anni a disposizione, noi alla Luiss concentriamo tutti gli insegnamenti fondamentali nei primi tre anni e mezzo e utilizziamo gli ultimi tre trimestri per consentire agli studenti non solo di specializzarsi in un settore (scegliendo uno dei nove profili specialistici che proponiamo), ma anche di dedicarsi ad attività pratiche, come esercitazioni, lavori di gruppo, redazione di atti e pareri, processi simulati. Mi sembra che questo sforzo sia apprezzato dagli studi professionali e dai datori di lavoro che assumono i nostri studenti.
Il diritto è chiamato sempre più spesso a confrontarsi con cambiamenti rapidi: la formazione giuridica oggi è adeguata a questa velocità?
Naturalmente si può sempre migliorare e bisogna continuamente adeguare contenuti e metodi dell’insegnamento, tenendo conto dei cambiamenti veri e strutturali, senza inseguire troppo le mode. La formazione è adeguata nella misura in cui consente di acquisire non solo le nozioni fondamentali, ma anche gli strumenti interpretare il cambiamento. Quindi bisogna insegnare agli studenti a informarsi e ad aggiornarsi, perché quello che studiano oggi sarà continuamente messo in discussione nei prossimi anni. Per tutti, anche per noi professori, non si finisce mai di imparare. Anche per questo alla Luiss ci dedichiamo molto anche alla formazione post lauream, con un’ampia scelta di master specialistici.
Se dovesse dare un consiglio concreto a uno studente o una studentessa delle superiori che sta valutando giurisprudenza, quale sarebbe?
Darei tre consigli. Primo: leggere la Costituzione, che fa comunque bene e può stimolare la passione per il diritto. Secondo: leggere tanti libri, anche per imparare a scrivere bene. Terzo: imparare bene almeno l’inglese e una seconda lingua straniera, perché un giurista non può più permettersi di vivere in una dimensione provinciale.
Mariano Berriola



