«Il mese di marzo si è aperto con le bombe e con i razzi che attraversano i cieli iraniani. Le notizie drammatiche da Gaza, dall’Ucraina e dai troppi teatri di guerra ci impongono di ascoltare la voce delle donne che vivono in questi territori. Contro la guerra e contro un discorso pubblico sempre più orientato alla retorica della forza, che torna a conquistare spazi e consenso, oggi la voce delle donne libere deve alzarsi».
Con queste parole la rettrice Marina Brambilla ha aperto oggi, 9 marzo 2026, l’incontro “Le Parole, le Donne, la Guerra”, ospitato nell’Aula Magna dell’Università degli Studi di Milano. L’iniziativa ha riunito due voci autorevoli del dibattito culturale e civile contemporaneo, Pegah Moshir Puhur e Widad Tamimi, in un dialogo pubblico dedicato allo sguardo femminile sui conflitti del nostro tempo.
L’appuntamento, organizzato nell’ambito delle iniziative della Statale per la Giornata Internazionale della Donna, ha proposto una riflessione sul ruolo delle donne nei contesti di guerra e sul valore delle loro parole nello spazio pubblico.
Le parole delle donne nei luoghi di conflitto
Al centro dell’incontro la necessità di interrogarsi su come le guerre vengano raccontate e su quale spazio venga dato alle esperienze femminili nei territori attraversati dai conflitti.
Dopo l’introduzione della rettrice Brambilla, il confronto è entrato nel vivo con il dialogo tra Pegah Moshir Puhur e Widad Tamimi, moderato dalla giornalista Agnese Pini, direttrice di Quotidiano Nazionale, La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino.
Il filo conduttore della conversazione è stato il rapporto tra memoria, identità e responsabilità nel raccontare la guerra: non solo come evento geopolitico, ma come esperienza concreta che attraversa le vite delle persone, le famiglie e le comunità.
Pegah Moshir Puhur, dalla diaspora iraniana al dibattito europeo
Tra le protagoniste dell’incontro, Pegah Moshir Puhur, attivista e consulente per i diritti umani e digitali. Nata in Iran nel 1990 e arrivata in Italia all’età di nove anni, negli ultimi anni è diventata una delle voci più ascoltate nel dibattito europeo sulla libertà delle donne iraniane.
Collabora con la Repubblica e nel 2024 ha pubblicato il romanzo “La notte sopra Teheran” (Garzanti), in cui intreccia racconto autobiografico e riflessione politica sulla società iraniana contemporanea.
Durante l’incontro ha raccontato come la dimensione personale, la memoria familiare e la condizione della diaspora influenzino il modo di leggere le trasformazioni politiche e sociali del Medio Oriente.
Widad Tamimi e le identità attraversate dalla guerra
Accanto a lei Widad Tamimi, scrittrice nata a Milano nel 1981 da padre palestinese e madre di origine ebraica. La sua scrittura esplora da anni i temi dell’identità, della diaspora e della memoria familiare.
Oggi vive a Lubiana, dove lavora nei campi profughi nell’ambito del programma “Restoring Family Links” della Croce Rossa Slovena, contribuendo a ricostruire i contatti tra famiglie separate dai conflitti.
Tra le sue opere più note figurano “Il caffè delle donne” (2012) e “Le rose del vento” (2016), pubblicate da Mondadori.
Un dialogo tra letteratura, attivismo e giornalismo
La conversazione tra le due autrici, guidata dalla giornalista Agnese Pini, ha intrecciato esperienze personali, riflessione letteraria e impegno civile.
Il dialogo ha evidenziato come le guerre contemporanee non siano soltanto crisi internazionali lontane, ma fenomeni che incidono profondamente sulle biografie individuali, sulle migrazioni e sulle identità culturali.
In questo contesto, la parola – letteraria, giornalistica o testimoniale – diventa uno strumento fondamentale per comprendere il presente e costruire una narrazione pubblica capace di andare oltre la logica della contrapposizione.
Un evento aperto alla città
L’incontro “Le Parole, le Donne, la Guerra” si inserisce nel programma di iniziative promosse dall’Università degli Studi di Milano in occasione dell’8 marzo e ha coinvolto studenti, docenti e cittadini in una riflessione che attraversa politica, cultura e società.
Attraverso il dialogo tra letteratura, attivismo e giornalismo, l’evento ha posto al centro una domanda che riguarda direttamente l’Europa e il Mediterraneo: come raccontare la guerra senza ridurla a retorica, ma restituendone la complessità umana e civile.
Un confronto che, come ha sottolineato la rettrice Brambilla in apertura, richiama la responsabilità collettiva di ascoltare e valorizzare le voci delle donne nei luoghi in cui la guerra si manifesta ogni giorno.
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