Il ministro dell’Economia richiama le imprese su retribuzioni e prospettive professionali. I dati AlmaLaurea mostrano il divario: a un anno dalla laurea lo stipendio medio netto in Italia è intorno ai 1.500 euro, mentre lavorare all’estero può valere centinaia di euro in più al mese. E per il Mezzogiorno la perdita di giovani laureati è ancora più pesante.
Non è soltanto una questione di trovare un lavoro. Per convincere i giovani italiani a restare bisogna offrire salari adeguati e reali prospettive di crescita professionale.
A dirlo, questa volta, è il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che sabato 12 settembre, intervenendo al convegno “Prima le fabbriche”, ha rivolto agli imprenditori un invito esplicito ad affrontare la politica salariale e le opportunità di carriera che oggi spingono molti giovani italiani a cercare il proprio futuro fuori dal Paese.
Il ragionamento del ministro parte anche dalla produttività: secondo Giorgetti, la struttura produttiva italiana rende difficile competere sulle remunerazioni e proprio per questo servono investimenti capaci di aumentare la produttività del lavoro e, di conseguenza, gli stipendi, soprattutto per i giovani più aperti alle tecnologie digitali.
Una dichiarazione che intercetta un problema ormai evidente nei numeri: l’Italia riesce sempre più spesso a formare giovani qualificati, ma fatica a offrire loro condizioni sufficientemente competitive per trattenerli.
Un laureato a un anno dal titolo guadagna circa 1.500 euro
L’ultimo Rapporto AlmaLaurea 2026 fotografa un mercato del lavoro nel quale l’occupazione dei laureati migliora, mentre le retribuzioni continuano a rappresentare uno dei punti più delicati.
A un anno dal titolo la retribuzione mensile netta media è di 1.491 euro per i laureati di primo livello e 1.495 euro per quelli di secondo livello. A cinque anni si sale rispettivamente a 1.796 e 1.903 euro. In termini reali, cioè considerando l’inflazione, nell’ultimo anno le retribuzioni sono però nuovamente diminuite dell’1,4% per i laureati di primo livello e dello 0,9% per quelli di secondo livello.
Il dato forse più interessante è un altro: i giovani sembrano sempre meno disposti ad accettare qualunque condizione pur di entrare nel mercato del lavoro.
Secondo AlmaLaurea, il 66,9% dei laureandi non è disposto ad accettare un impiego full time con una retribuzione netta inferiore a 1.500 euro al mese. Nel 2016 erano appena il 24,4%.
Non è necessariamente un segnale di minore disponibilità al lavoro. Può essere letto, piuttosto, come una diversa valutazione del rapporto tra investimento universitario, competenze acquisite e remunerazione attesa.
All’estero il vantaggio retributivo resta forte
Ed è proprio quando il confronto supera i confini nazionali che il problema diventa più evidente.
Il Rapporto AlmaLaurea 2026 stima che, a parità delle altre condizioni considerate, chi lavora all’estero guadagni mediamente 673 euro netti al mese in più rispetto a chi lavora nel Mezzogiorno. AlmaLaurea invita naturalmente a leggere il dato considerando anche le forti differenze nel costo della vita fra Paesi.
Le rilevazioni precedenti aiutano a comprendere l’ordine di grandezza del fenomeno. Nel Rapporto 2025 i laureati italiani di secondo livello trasferitisi all’estero guadagnavano, a un anno dal titolo, oltre 2.200 euro netti al mese, circa il 54% in più rispetto ai colleghi rimasti in Italia. A cinque anni dalla laurea la retribuzione sfiorava i 2.900 euro, contro poco meno di 1.800 euro in Italia.
Non significa che la scelta di partire dipenda esclusivamente dallo stipendio. Ma proprio AlmaLaurea rilevava che il 32% dei laureati occupati all’estero a cinque anni dal titolo aveva lasciato l’Italia dopo aver ricevuto un’offerta professionale interessante, mentre un altro 31,1% indicava come causa la mancanza di opportunità lavorative adeguate nel nostro Paese.
Quasi un laureato su due è disponibile a lavorare fuori dall’Italia
Il potenziale di mobilità rimane inoltre molto elevato.
Tra i laureati del 2025, il 45,2% si dichiara decisamente disponibile a lavorare all’estero. La percentuale sale al 54,4% tra chi proviene da informatica e tecnologie ICT, al 52% tra i laureati dell’area politico-sociale e comunicazione e al 51,7% tra quelli di ingegneria industriale e dell’informazione.
Il 27% dei laureati si dice addirittura disponibile a trasferirsi in un altro continente.
Il punto, allora, non è impedire ai giovani di partire. Un’esperienza internazionale può rappresentare un valore formativo e professionale importante. Il problema nasce quando la mobilità smette di essere una scelta e diventa l’unico modo per trovare condizioni di lavoro considerate adeguate alla propria formazione.
Il Mezzogiorno perde 150 mila giovani laureati
C’è poi una frattura interna al Paese che rende il fenomeno ancora più complesso.
Secondo gli ultimi dati Istat sulle migrazioni, tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha registrato una perdita netta di circa 150 mila giovani laureati italiani tra i 25 e i 34 anni.
La maggior parte non è andata all’estero: circa 122 mila si sono trasferiti verso il Centro-Nord, mentre altri 28 mila rappresentano il saldo negativo nei confronti dell’estero.
È una sorta di doppia fuga dei talenti. Prima dalle aree economicamente più fragili del Paese verso quelle che offrono maggiori opportunità, poi dall’Italia verso economie in grado di garantire condizioni professionali ancora più competitive.
Il problema non è soltanto lo stipendio
Le parole di Giorgetti, tuttavia, introducono un elemento importante: parlare soltanto di salario rischia di non essere più sufficiente.
AlmaLaurea rileva infatti una trasformazione delle aspettative delle nuove generazioni. Accanto alla retribuzione acquistano peso la flessibilità dell’orario, l’equilibrio tra vita privata e lavoro, la qualità delle relazioni professionali e la possibilità di svolgere attività considerate utili e coerenti con le proprie competenze.
La domanda quindi non è semplicemente quanto pagare un giovane perché resti.
È più ampia: che tipo di lavoro siamo in grado di offrirgli?
Se l’Italia vuole trattenere una generazione sempre più qualificata e mobile, il terreno della competizione non sarà soltanto quello dello stipendio. Saranno decisivi la possibilità di costruire una carriera, la qualità del lavoro, l’innovazione delle imprese e la capacità di riconoscere economicamente le competenze.
Ed è forse proprio questo il significato più interessante delle parole pronunciate dal ministro dell’Economia: la fuga dei giovani non può più essere trattata soltanto come un problema demografico o come una libera scelta individuale. È anche un indicatore della competitività del nostro sistema produttivo.




