Quando le scuole chiudono, non si interrompono soltanto le lezioni. Spesso si interrompe l’unico presidio pubblico capace di garantire relazioni sociali e opportunità educative, soprattutto nelle periferie. E mentre per tanti bambini e adolescenti l’estate significa vacanze, corsi sportivi, viaggi studio e attività culturali, per altri coincide con un lungo tempo sospeso in cui le opportunità si restringono e le disuguaglianze si amplificano. È da questa constatazione che parte “Abitare i Margini“, la ricerca realizzata dall’ong WeWorld in sette territori (Milano, Bologna, Roma, Napoli, Cagliari, Aversa e Ventimiglia).
I dati
I numeri confermano quanto il percorso scolastico continui a essere fortemente influenzato dalle condizioni di partenza. Il contesto socioeconomico familiare rappresenta ancora uno dei principali predittori dei risultati scolastici. Secondo i dati citati nel rapporto, alle elementari gli studenti provenienti da famiglie più avvantaggiate registrano risultati superiori di circa 4,7 punti in italiano e matematica e di 4 punti nella comprensione dell’inglese. Alle medie il divario aumenta fino a superare i 10 punti sia in italiano che in matematica. Alle superiori l’effetto del contesto sociale raggiunge il massimo, con vantaggi fino a +10 punti in matematica. Anche il background migratorio continua a incidere pesantemente sui percorsi educativi. In Italiano, ad esempio, gli studenti con origine migratoria possono registrare svantaggi fino a 22,6 punti rispetto ai coetanei italiani.
La conseguenza più evidente di queste disuguaglianze emerge nei dati sull’abbandono scolastico. Nel 2024 l’Italia è scesa per la prima volta sotto il 10%, attestandosi al 9,8%, ma dietro questo risultato si nascondono profonde fratture sociali. Tra i giovani tra i 18 e i 24 anni con genitori che possiedono al massimo la licenza media, il tasso di abbandono raggiunge il 22,8 per cento. Quando almeno un genitore possiede un diploma scende al 5,3%, mentre precipita all’1,2% tra chi ha almeno un genitore laureato.
I motivi della petizione
L’Italia ha una delle pause scolastiche più lunghe d’Europa, tra le 12 e le 14 settimane. Per molte famiglie benestanti questo periodo viene riempito con attività sportive, centri estivi, vacanze, esperienze culturali o linguistiche. Per chi vive nei quartieri più fragili, invece, le alternative sono spesso poche o inesistenti. Martina Albini, coordinatrice del Centro Studi di WeWorld e curatrice della ricerca, sottolinea che il problema nasce ancora prima della chiusura estiva. “La nostra ricerca mostra che in molti contesti la scuola non riesce a livellare le disuguaglianze nemmeno quando è aperta”, commenta a Corriereuniv.it. “Molti ragazzi raccontano di sentirsi etichettati fin dall’ingresso in classe. Una ragazza di San Basilio ci ha detto che la scuola è un sistema che la opprime, perché la identifica prima di tutto come ragazza di periferia e non come persona con aspirazioni e possibilità proprie”. Ma proprio quella scuola che spesso viene percepita come insufficiente resta l’unico presidio esistente. “Nei quartieri di periferia in cui operiamo, quando la scuola chiude non c’è quasi nulla che possa sostituirla. Molti genitori non possono permettersi i centri estivi, che hanno costi sempre più elevati. Le ragazze spesso devono occuparsi dei fratelli più piccoli o iniziano piccoli lavori per aiutare la famiglia. Molti semplicemente restano senza alternative”.
Per questo WeWorld ha rilanciato insieme a MammadiMerda la petizione “Ristudiamo il calendario“, già sottoscritta da oltre 75mila persone. La proposta consiste nel ripensare il rapporto tra scuola e territorio. “L’idea è redistribuire meglio il tempo scolastico durante l’anno“, dice Albini. «In molti Paesi europei esistono pause più distribuite e scuole che restano aperte anche nei mesi estivi ospitando associazioni sportive, enti del terzo settore, attività artistiche e culturali. Non si tratta di fare lezione a luglio e agosto, ma di trasformare la scuola in un presidio educativo aperto alla comunità», spiega la ricercatrice. Alcune sperimentazioni stanno già partendo. In Emilia-Romagna, ad esempio, diverse scuole apriranno i propri spazi all’inizio di settembre prima dell’avvio delle attività didattiche, coinvolgendo realtà associative del territorio.
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