L’università italiana sta cambiando direzione, e lo sta facendo in modo sempre più visibile. Il Focus del Rapporto ANVUR 2026 racconta una storia diversa rispetto al passato: l’Italia non è più soltanto un Paese da cui si parte per studiare, ma una destinazione che attrae sempre di più. E questo avviene proprio mentre alle porte c’è l’inverno demografico, con una riduzione attesa dei giovani italiani che rende ancora più preziosa ogni nuova iscrizione.
I numeri parlano chiaro. Gli studenti internazionali hanno superato quota 100mila (oggi sono 106mila) e in pochi anni sono praticamente raddoppiati. Ancora più importante è l’inversione di tendenza registrata a partire dall’aa 2021/2022: gli ingressi superano le uscite. Nell’aa 2022-2023, a fronte di 4 studenti italiani che lasciano il Paese, ce ne sono 5 che arrivano dall’estero.
Alla base di questa inversione c’è sicuramente l’espansione dei corsi in lingua inglese, ormai oltre il migliaio e in forte crescita, in particolare nelle lauree magistrali. È lì che l’università italiana si è resa più visibile e competitiva. Ma l’effetto è più ampio: l’aumento dell’attrattività internazionale sembra aver trascinato anche le iscrizioni nei corsi in italiano (il 36,5% studia in italiano e il 18,8% studia in un corso misto italiano-inglese), segno di un sistema che nel suo complesso appare più aperto e accogliente.
Per numero complessivo di studenti internazionali in testa ci sono l’Università di Bologna, il Politecnico di Milano e Sapienza Università di Roma, che concentrano le comunità più ampie. Se si guarda invece all’incidenza percentuale, spiccano l’Università per Stranieri di Perugia, l’Università di Cassino e il Politecnico di Torino. Sul fronte della crescita, le dinamiche più accelerate si registrano all’Università della Tuscia, alla Parthenope di Napoli e all’Università di Messina. Ma il dato forse più interessante è un altro: la crescita è diffusa. Quasi nessun ateneo statale è in calo e solo pochissimi segnano una flessione, sempre molto lieve.
Anche dal punto di vista territoriale il quadro è incoraggiante. Cresce tutto il Paese, dal Nord al Sud, ma in termini percentuali è proprio il Mezzogiorno a correre di più. Un segnale importante, perché suggerisce che l’internazionalizzazione può diventare anche una leva di riequilibrio, oltre che di sviluppo.
Per capire davvero questa crescita basta guardare da dove arrivano gli studenti: circa un terzo è europeo, segno che l’Italia sta guadagnando terreno anche dentro uno spazio molto competitivo. Ci sono poi circa 2mila studenti dal Nord America: pochi in valore assoluto, ma significativi, perché indicano un interesse crescente anche da sistemi universitari forti. Una parte molto consistente arriva da Paesi meno sviluppati. È una dinamica normale: chi si muove cerca opportunità migliori e titoli più spendibili. Ed è anche una grande occasione per l’Italia, perché questi studenti portano competenze, relazioni e, spesso, restano contribuendo al tessuto economico e sociale del Paese.
Quanto alle tipologie di ateneo, il peso resta saldamente nelle università in presenza, che concentrano la quasi totalità degli studenti internazionali. Le università telematiche, pur in crescita, restano ancora marginali su questo fronte, a conferma che l’esperienza universitaria in presenza continua a essere centrale nei percorsi di mobilità internazionale.
In un Paese che si prepara a fare i conti con meno giovani, questo è un fenomeno che la politica dovrebbe guardare con attenzione. Anche perché si accompagna a un altro segnale: gli atenei italiani iniziano a portare la propria offerta all’estero. Non è solo apertura, è posizionamento. E può diventare una leva strategica per il futuro del Paese.
Stefano Ubertini
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