Il lavoro dei rider torna al centro dell’attenzione. L’ultima inchiesta della Procura di Milano sul sistema di gestione dei fattorini di Glovo riapre una questione mai davvero risolta: le condizioni di chi lavora nel food delivery in Italia.
Negli ultimi anni il settore è cresciuto rapidamente, ma insieme alla diffusione delle piattaforme digitali sono aumentate anche le criticità legate a tutele, salari e diritti.
L’inchiesta su Glovo e il nodo del modello organizzativo
La Procura di Milano ha disposto il controllo giudiziario su Foodinho srl, società che gestisce le attività di Glovo in Italia. Il provvedimento, convalidato dal giudice per le indagini preliminari, riguarda ipotesi di caporalato e sfruttamento del lavoro.
Secondo quanto emerso, il sistema organizzativo della piattaforma dovrebbe essere modificato, introducendo meccanismi in grado di garantire ai rider un reddito adeguato e un compenso minimo orario, in linea con i contratti collettivi.
Si tratta di un passaggio rilevante, che si inserisce in una linea già tracciata negli anni scorsi, quando un’indagine analoga aveva coinvolto Uber Eats.
Paghe basse e turni lunghi: i dati delle indagini
Dalle testimonianze raccolte dagli investigatori emerge un quadro critico.
I rider lavorerebbero spesso con compensi intorno ai 2,50 euro a consegna, affrontando turni di 9-10 ore al giorno, anche per sei giorni a settimana o più.
Un lavoratore ha dichiarato di effettuare almeno 15 consegne al giorno, con un reddito lordo mensile di circa 1.400 euro. In molti casi, però, i guadagni risultano più bassi: tra i 600 e i 1.100 euro mensili.
Una parte significativa di questi introiti viene destinata al sostegno delle famiglie nei Paesi di origine, come Bangladesh, Ghana, Nigeria e Pakistan.
Algoritmi, controllo e potere delle piattaforme
Uno degli aspetti centrali riguarda il funzionamento delle piattaforme digitali.
Secondo la Procura, i rider possono lavorare esclusivamente tramite app, che assegna automaticamente gli ordini, stabilisce tempi e percorsi e registra ogni fase della consegna.
Il sistema consente un monitoraggio continuo dell’attività lavorativa, anche attraverso la geolocalizzazione.
Inoltre, meccanismi di ranking influenzano l’accesso agli ordini, incidendo direttamente sul reddito dei lavoratori.
Un modello che, secondo gli inquirenti, evidenzia elementi di subordinazione, nonostante l’inquadramento formale come lavoratori autonomi.
Redditi bassi e mancanza di tutele
Il tema centrale resta quello delle condizioni economiche e delle tutele.
Secondo i dati raccolti nell’indagine, il 75% dei rider ascoltati percepirebbe un reddito inferiore alla soglia di povertà, con guadagni annui tra i 9.000 e i 15.000 euro netti.
A questo si aggiunge un altro elemento critico: nessuno dei lavoratori sentiti risultava iscritto all’Inail, quindi privo di copertura assicurativa contro gli infortuni.
Non casi isolati, ma un sistema
Per la Procura, non si tratterebbe di episodi isolati, ma di un modello strutturale.
Le criticità emerse sarebbero riconducibili a scelte organizzative e strategiche dell’azienda, piuttosto che a singole responsabilità individuali.
Un punto che riapre il dibattito su come regolamentare il lavoro nelle piattaforme digitali.
Le cause dei rider e le denunce
Parallelamente all’inchiesta, proseguono le cause avviate dai rider tra Milano e Torino.
In alcuni casi, i lavoratori hanno denunciato l’esistenza di sistemi informali per l’assegnazione dei turni, con accessi privilegiati riservati a gruppi selezionati.
Due rider hanno raccontato di aver fatto parte di un gruppo WhatsApp che consentiva di ottenere turni migliori. Dopo aver perso questi privilegi, si sono ritrovate escluse dalle fasce orarie più favorevoli.
Le lavoratrici hanno chiesto il riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato e denunciato episodi di molestie. L’azienda ha rifiutato la conciliazione.
Il lavoro dei rider oggi: tra flessibilità e precarietà
Il lavoro nel food delivery continua a muoversi su un equilibrio fragile.
Da un lato la flessibilità, che rappresenta uno degli elementi attrattivi del settore. Dall’altro, condizioni che sollevano interrogativi su diritti, sicurezza e dignità del lavoro.
L’inchiesta su Glovo riporta al centro una domanda che resta aperta: come garantire tutele adeguate in un mercato sempre più guidato dagli algoritmi?
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