Negli ultimi dieci anni l’Italia ha perso quasi 100.000 laureati tra i 25 e i 35 anni. Un dato – quello di Qs World University Rankings Europa 2026 – che racconta più di qualsiasi classifica la difficoltà non tanto di formare competenze, quanto di trattenerle. Un paradosso che emerge con chiarezza anche osservando l’andamento delle università italiane nei principali ranking internazionali, dove la presenza numerica resta solida, ma i segnali di arretramento sono sempre più evidenti.
Un sistema presente, ma in affanno
L’università italiana continua a occupare uno spazio rilevante nel panorama europeo. I dati più recenti mostrano un numero elevato di atenei inseriti nelle classifiche continentali, segno di una produzione scientifica ancora consistente e di una tradizione accademica riconosciuta. Tuttavia, questa presenza non si traduce automaticamente in competitività sistemica.
Le posizioni di vertice diminuiscono, gli indicatori più strategici – come occupabilità dei laureati e internazionalizzazione – restano deboli, e il saldo complessivo è negativo: più atenei scendono che salgono, con un tasso di arretramento tra i più alti in Europa tra i Paesi maggiormente rappresentati.
Il nodo occupabilità: il punto più debole
Il vero elemento critico riguarda il dopo-laurea. Nei ranking europei, solo un ateneo italiano – la Sapienza Università di Roma – riesce a collocarsi tra i primi cinquanta per risultati occupazionali. Un dato che riflette un problema strutturale: l’università forma, ma il mercato del lavoro italiano fatica ad assorbire competenze qualificate in modo stabile e coerente con i percorsi di studio.
Questa debolezza alimenta un circolo vizioso: i giovani più qualificati cercano opportunità all’estero, mentre il sistema nazionale perde capitale umano proprio nelle fasce d’età più produttive.
L’Italia esporta studenti, ma non li attrae
Il paradosso è evidente anche sul piano internazionale. L’Italia è tra i principali Paesi europei per mobilità studentesca in uscita: molti studenti scelgono di formarsi o completare il proprio percorso fuori dai confini nazionali. Al contrario, l’attrattività in ingresso resta limitata. Nessuna università italiana rientra tra le prime cento in Europa per percentuale di studenti e docenti internazionali.
E questo nonostante l’aumento dei corsi in lingua inglese e una buona reputazione scientifica in diversi settori. Il risultato è un sistema che investe nella formazione, ma che riesce a trattenere meno talenti di quanti ne perda.
Il dato demografico che preoccupa
Secondo le analisi più recenti, la perdita di quasi 100mila laureati under 35 nell’ultimo decennio si intreccia con il calo delle nascite e con una crescita economica debole. Una combinazione che rischia di avere effetti diretti su produttività, innovazione e competitività del Paese nel medio-lungo periodo.
Come ha sottolineato Nunzio Quacquarelli, fondatore e presidente di QS, l’Italia resta uno dei motori della ricerca in Europa, ma non riesce ancora a trasformare il successo accademico in posti di lavoro qualificati, innovazione e fidelizzazione dei talenti.
Oltre le classifiche
Il messaggio che emerge è chiaro: i ranking continuano a offrire una fotografia utile, ma non bastano a raccontare lo stato di salute dell’università italiana. Il problema non è la quantità di atenei presenti nelle classifiche, ma la capacità del sistema Paese di valorizzare chi si forma al suo interno. Senza un rafforzamento dell’occupabilità, dell’attrattività internazionale e del legame tra università, ricerca e tessuto produttivo, il rischio è che i numeri delle classifiche restino stabili mentre l’emorragia di laureati continui a crescere.
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