Tre agenti egiziani sono stati condannati a dieci anni di carcere ciascuno per il sequestro di Giulio Regeni. La sentenza della Corte d’Assise di Roma è arrivata il 28 settembre 2026, oltre dieci anni dopo la scomparsa del giovane ricercatore al Cairo. Un quarto imputato è stato assolto. La distinzione è decisiva: le condanne riguardano il sequestro, non l’omicidio. Per quest’ultimo reato i giudici non hanno pronunciato una condanna.
Regeni aveva 28 anni e stava svolgendo una ricerca sul campo sui sindacati indipendenti egiziani per il suo dottorato all’Università di Cambridge. Scomparve il 25 gennaio 2016; il suo corpo, con segni di tortura, fu ritrovato il 3 febbraio.
Da Leeds a Cambridge, il percorso di Giulio Regeni
Prima del dottorato, Giulio Regeni si era laureato in Arabic and Politics all’Università di Leeds. A Cambridge aveva poi conseguito un master in Development Studies e avviato la ricerca dottorale. Nel 2015/16 si trovava al Cairo come ricercatore ospite dell’American University in Cairo.
È questo percorso a rendere la vicenda una questione che riguarda direttamente le università: Regeni era in Egitto per raccogliere informazioni e studiare un tema sociale e politico. Dopo la sua morte, Leeds ha istituito un premio alla memoria per l’eccellenza nell’arabo parlato. Cambridge e il Girton College, la comunità accademica alla quale apparteneva, hanno continuato a ricordarlo e a chiedere verità e giustizia.
Le parole dell’allora rettore di Cambridge
Non risultano, al momento, dichiarazioni dei rettori di Leeds o Cambridge rilasciate in risposta alla sentenza del 28 settembre. C’è però una presa di posizione dell’ateneo britannico che spiega perché il caso Regeni abbia segnato il mondo della ricerca.
Nel gennaio 2021, l’allora rettore di Cambridge, Stephen J. Toope, firmò un messaggio in memoria di Giulio insieme alla guida del Girton College. Scrisse: «La libertà di studiare senza impedimenti è una pietra miliare per gli studiosi di tutto il mondo». Cambridge ribadì in quell’occasione il proprio sostegno alla ricerca della verità e alla libertà di condurre studi indipendenti, anche su argomenti delicati.
Il Girton College ha rinnovato quell’impegno nel gennaio 2026, a dieci anni dalla scomparsa di Regeni, ricordandolo come un giovane ricercatore e mantenendo viva la sua memoria nella comunità universitaria.
Che cosa stabilisce la sentenza
La Corte d’Assise ha condannato il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed per il sequestro. Il generale Tariq Sabir è stato assolto. La Procura aveva chiesto pene più severe, compreso l’ergastolo per Sharif.
La decisione individua dunque responsabilità penali per la privazione della libertà di Regeni, ma non attribuisce agli imputati una responsabilità penale per la sua morte. È un passaggio giudiziario che va raccontato senza cancellare né ciò che i giudici hanno accertato né ciò che la sentenza lascia aperto.
Per studenti e ricercatori, la storia di Giulio richiama anche una domanda che gli atenei continuano a porsi: come garantire che chi fa ricerca sul campo possa lavorare in sicurezza e con libertà? Il confronto sulla libertà accademica non riguarda soltanto le aule universitarie, ma anche i luoghi in cui gli studiosi cercano le informazioni necessarie al loro lavoro.



