Dopo giorni di prigionia in Israele, sono rientrati in Italia gli ultimi attivisti italiani della Global Sumud Flotilla, la missione civile partita per portare aiuti umanitari a Gaza e rompere il blocco navale israeliano.
Il rientro a Fiumicino degli attivisti della Flotilla
Il rientro degli attivisti italiani della Flotilla segna la fine di giorni di prigionia nelle carceri israeliane. All’aeroporto di Fiumicino, tra abbracci e lacrime, i volontari della Global Sumud Flotilla raccontano ai microfoni di CorriereUniv cosa hanno vissuto: privazioni, torture psicologiche, umiliazioni. “Siamo stati trattati come ostaggi”, ripetono più volte.
Tra loro c’è Marco Orefice, uno degli ultimi a tornare. Mentre stringe la figlia che lo accoglie in lacrime, racconta: “Ci hanno costretto a guardare in loop i video del 7 ottobre, come in Arancia Meccanica. È stata una tortura mentale per spezzarci. Niente sonno, poco cibo, mani legate per ore. Greta Thunberg è stata trascinata con la bandiera israeliana mentre ridevano e si facevano selfie”. Orefice spiega anche che “Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale israeliana, è entrato in porto e in carcere solo per umiliarci di persona”.
«Si torna a lottare»: le parole di Federica Frascà e Tony La Piccirella
All’arrivo a Roma parla anche Federica Frascà, attivista salernitana di Greenpeace Italia, parte dell’equipaggio della Flotilla. “Abbiamo subito una violenza gratuita indicibile”, dichiara a CorriereUniv, ricordando le ore di fermo e i giorni trascorsi nelle celle israeliane. “Ora ci riassestiamo, ma poi si torna a lottare per Gaza.”
È atterrato anche Tony La Piccirella, attivista barese, accolto da amici e familiari. “Abbiamo rifiutato il rimpatrio volontario per restare uniti ai compagni ancora detenuti”, spiega. “Sapevamo che ci avrebbero arrestati, ma non in questo modo. Ora torniamo a casa, ma il genocidio a Gaza continua e noi continuiamo a lottare”. Le loro voci, raccolte da CorriereUniv all’aeroporto di Fiumicino, mostrano la durezza della detenzione israeliana e il prezzo di chi sceglie la solidarietà come forma di resistenza civile.
La criminalizzazione della solidarietà
Il rientro degli attivisti italiani della Flotilla riaccende il dibattito sul diritto di solidarizzare. La missione, partita per portare aiuti umanitari a Gaza, è stata intercettata in acque internazionali, violando le convenzioni internazionali. “Ci hanno voluto spezzare, ma non ci sono riusciti”, dice uno degli attivisti al termine del viaggio.
Intanto, sul piano politico, resta aperta la richiesta di chiarimenti al Ministero degli Esteri italiano. Le organizzazioni umanitarie chiedono che venga fatta luce sulle modalità di detenzione e sul rispetto dei diritti umani. La Global Sumud Flotilla resta un caso che divide, ma i racconti dei sopravvissuti parlano chiaro: chi ha scelto di salpare per Gaza non lo ha fatto per provocazione, ma per solidarietà. E il loro ritorno in Italia non segna una fine, ma l’inizio di un nuovo capitolo di consapevolezza collettiva.
Leggi anche altre notizie su CorriereUniv





