ROMA — Non è solo una questione di università, né un passaggio burocratico tra diploma e immatricolazione. L’orientamento, oggi, è qualcosa di molto più profondo: un esercizio di consapevolezza, una palestra decisionale, quasi una forma di educazione alla libertà. Ne è convinto Riccardo Faccini, Prorettore delegato alle Politiche di Orientamento della Sapienza Università di Roma, che invita a superare l’idea dell’orientamento come momento isolato.
“L’orientamento è una materia importante che riguarda tanti giovani. Bisogna pensarla come un momento cruciale di conoscenza del sé e delle proprie opportunità. Ha un profondo senso sociale, quasi di salute verso se stessi, perché forma persone capaci di prendere decisioni consapevoli”.
Una definizione che sposta il baricentro: non più solo scegliere un corso di laurea, ma imparare a scegliersi.
Un processo che inizia molto prima dell’università
Per Faccini l’orientamento non comincia in quinta superiore, ma accompagna l’intera crescita. “Tutti noi — genitori, docenti, educatori — siamo orientatori, perché offriamo visioni. È un processo continuo: prima si comincia, meglio è”. La dimensione formale resta centrale, ma orientare è anche ciò che accade ogni giorno nelle relazioni, nello sport, nei modelli adulti che i ragazzi osservano. In questo percorso, la famiglia può fare la differenza — soprattutto quando riesce a non trasformare le aspettative in pressioni. “Il genitore dovrebbe rappresentare un porto sicuro, un luogo in cui il figlio può tornare dopo essersi allontanato. Non c’è niente di peggio che perseguire il sogno di qualcun altro”. Un invito chiaro, in un’epoca in cui le scelte dei giovani sono spesso attraversate da aspettative familiari, narrazioni social e modelli mediatici. “I sogni devono essere i loro — non quelli dei genitori, dei social o della televisione”
Perché l’università resta una scelta strategica
In un mercato del lavoro segnato da discontinuità e trasformazioni rapide, proseguire gli studi significa anche costruire strumenti per affrontare l’incertezza. L’università, sottolinea Faccini, non trasmette solo conoscenze disciplinari ma sviluppa competenze trasversali sempre più richieste: resilienza, autonomia, capacità di gestire responsabilità, pensiero critico. Non solo professionisti, dunque — ma individui più attrezzati per leggere la complessità.
Il nodo irrisolto delle STEM
La riflessione si allarga poi al tema della partecipazione femminile nelle discipline scientifiche. Se l’accesso all’università racconta ormai una presenza forte delle studentesse, il divario riemerge con decisione quando si entra nel mondo della ricerca. “Bisogna separare due aspetti: l’ingresso all’università e la carriera accademica. Il divario cresce soprattutto lì e la mancanza di donne STEM in ingresso si sente, soprattutto in ingegneria e informatica”. Alla base, secondo il Prorettore, resta una questione culturale. “Esiste ancora un’asimmetria nella percezione sociale: la donna viene associata più facilmente all’accudimento, l’uomo al fare e all’agire”. Un’impostazione che affonda le radici nell’infanzia. “Bambine e bambini vengono spesso trattati in modo diverso. È da qui che nascono grandi disparità”. Per invertire la rotta servono interventi educativi precoci, ma anche una responsabilità collettiva. “Oggi è più probabile che le donne si laureino rispetto agli uomini, ma questo non colma il divario all’ingresso. È un tema che dobbiamo porci anche a livello politico, se vogliamo sostenere davvero lo sviluppo del Paese”.
Le scelte non sono mai lineari
A ricordarlo è la stessa storia personale di Faccini, che racconta una traiettoria tutt’altro che prevedibile. “Non ho la più pallida idea di come ho scelto fisica. Il mio professore al liceo diceva che avrei dovuto fare l’avvocato. I miei genitori mi consigliavano il classico — e così è stato — ma poi ho costruito una carriera scientifica”. Una testimonianza che normalizza il dubbio e ridimensiona l’ansia da scelta perfetta. E con una nota di ironia aggiunge: “Il motto con i miei colleghi è: poteva andarci peggio, potevamo lavorare”.
Ai maturandi: meno paura, più consapevolezza
Con l’esame di maturità all’orizzonte, il messaggio che emerge è semplice: non esiste una decisione priva di incertezze. Orientarsi non significa eliminare i dubbi, ma acquisire gli strumenti per attraversarli. Perché diventare adulti — oggi — coincide sempre più con la capacità di scegliere chi essere. E l’orientamento, in fondo, è proprio questo: imparare a costruire il proprio futuro senza vivere quello immaginato da altri.
Leggi anche altre notizie su CorriereUniv





