Dietro la valutazione della qualità della ricerca emerge un sistema universitario meno diviso e più vitale di quanto si racconti.
C’è un volto dell’università che si vede meno, ma che conta quanto la didattica: la ricerca. E in un’Italia che spesso descrive il settore pubblico come impermeabile ai controlli, l’università mostra che un sistema in gran parte statale può produrre ricerca di qualità e accettare di essere valutato.
È questo il senso della VQR, la Valutazione della Qualità della Ricerca, il grande esercizio periodico condotto da ANVUR, l’Agenzia nazionale che valuta università e ricerca. Nell’ultima edizione ha preso in esame il periodo 2020-2024, osservando più dimensioni: dai prodotti scientifici ai neoassunti, dalla terza missione ai progetti competitivi internazionali, fino alle infrastrutture di ricerca. In questo articolo ci concentriamo però solo sui prodotti scientifici delle università statali, lasciando fuori private, telematiche e scuole superiori, che appartengono a segmenti troppo diversi per essere letti nello stesso quadro.
Sulla metodologia della VQR si può discutere a lungo, e le ragioni non mancano. Ma non è questo il punto di questo articolo. Un giudizio sullo strumento meriterebbe un’analisi a parte. Qui mi interessa guardare ai risultati: imperfetti, certo, ma pur sempre il prodotto di una valutazione nazionale che esiste ed è meglio avere che non avere. Leggerli non è semplice, perché gli indicatori utilizzati sono tecnici e non sempre immediati. Semplificando al massimo, i parametri da capire davvero sono due. Il primo, R, misura la qualità della ricerca di un ateneo rispetto alla media nazionale: un valore pari a 1 indica una performance in linea con la media; valori superiori a 1 segnalano una qualità superiore alla media, mentre valori inferiori a 1 indicano una performance sotto la media. Il secondo, IRAS, combina qualità della ricerca e dimensione dell’ateneo: non dice solo quanto sono buoni i prodotti valutati, ma anche quanto pesa complessivamente quell’università nel sistema nazionale.
Se si guarda ai migliori risultati qualitativi, misurati dall’indicatore R1_2, le prime tre università statali sono Padova (1,065), Trento (1,060) e l’Università di Milano, a pari merito con Milano Bicocca (1,057). Ma il dato forse più interessante non è tanto chi sta in testa, quanto la distribuzione complessiva dell’indicatore: i valori delle università statali sono quasi sempre vicini a 1, cioè alla media del sistema. Questo suggerisce un quadro meno polarizzato di quanto spesso si racconti, in cui le differenze tra atenei esistono ma non si traducono in una frattura netta tra pochi poli d’eccellenza e un insieme di università marginali. Lo conferma anche il fatto che grandi atenei del Centro e del Sud, come Roma La Sapienza (1,005) e Napoli Federico II (1,015), si collocano sopra la media nazionale.
Anzi, se si confronta questa VQR con la precedente, il quadro appare persino più compatto. Nella VQR 2015-2019 i valori di R per le università statali andavano da 0,848 a 1,085; nella VQR 2020-2024 vanno da 0,890 a 1,065. In altre parole, il ventaglio si restringe e gli estremi si avvicinano alla media nazionale. È un segnale di minore dispersione dei risultati e suggerisce un sistema che, pur con differenze reali tra atenei, appare meno polarizzato nella qualità della ricerca.
Ma il dato forse più interessante, nel confronto tra atenei, emerge quando si passa da R a IRAS, che combina qualità e dimensione. È un passaggio importante perché da questo indicatore dipende una parte significativa della quota premiale del Fondo di finanziamento ordinario delle università statali.
Per rendere il confronto più leggibile, gli atenei sono stati distinti per dimensione sulla base del numero di prodotti conferiti nella VQR 2020-2024: grandi oltre 4.000 prodotti, medi tra 1.000 e 4.000, piccoli sotto 1.000. All’interno di ciascun gruppo, considero i tre atenei con la maggiore crescita percentuale dell’IRAS tra la VQR 2015-2019 e la VQR 2020-2024.
Tra i grandi atenei i primi tre per crescita dell’IRAS sono Politecnico di Milano, Padova e Bologna: università già solide, che non crescono perché partivano da posizioni deboli, ma perché riescono a rafforzare il proprio posizionamento mantenendo alta la qualità della ricerca.
Tra i medi il segnale è forse ancora più netto. I primi tre per crescita sono Bergamo, Politecnico di Bari e Ca’ Foscari: il valore di R arretra leggermente, ma resta sopra la media del sistema, mentre IRAS cresce con forza. È il segno di università che, pur con un lieve calo nell’indicatore qualitativo, rafforzano in modo significativo il proprio peso nella ricerca italiana.
Anche tra i piccoli atenei emergono dinamiche interessanti. I primi tre per crescita dell’IRAS sono Catanzaro, Tuscia e Macerata: la prima aumenta il proprio peso relativo nel sistema pur con un lieve arretramento dell’indicatore qualitativo; le altre due crescono invece in entrambi gli indicatori, rafforzando il loro posizionamento complessivo e migliorando anche sul piano della qualità relativa.
Un discorso a parte meritano gli atenei statali a statuto speciale: le due università per Stranieri e Roma Foro Italico. Anche qui il quadro non è univoco: Siena e Perugia per Stranieri crescono nell’IRAS, mentre Foro Italico arretra, pur essendo l’unico di questo gruppo a collocarsi sopra la media nazionale nell’indicatore R (1,053). Perugia per Stranieri è l’unica che cresce in entrambi gli indicatori.
Un’ultima considerazione riguarda il voto medio delle pubblicazioni sottoposte a valutazione, su una scala che va da 0 (“non accettabile”) a 1 (“eccezionale”). Negli atenei statali l’intervallo è relativamente stretto: nel profilo A (personale già in servizio) si va da circa 0,72 a 0,83, e nel profilo B (neoassunti o promossi) da circa 0,74 a 0,86, sempre nell’intorno della soglia dell’“eccellente” (0,8). Il sistema, dunque, si colloca su livelli qualitativi elevati e mostra anche un segnale di miglioramento, con i neoassunti e i promossi che presentano valori medi leggermente più alti. Tanto più se si considera che non si tratta di una selezione di punta, ma di una valutazione estesa all’intera produzione (in media 2,4 lavori per professore/ricercatore, con almeno un prodotto conferito da ciascuno).
Nel complesso, emerge l’immagine di una ricerca italiana meno divisa di quanto spesso si pensi: non solo poche eccellenze isolate, ma un sistema più ampio, solido e in molti casi dinamico. Ed è una buona notizia non solo per l’università, ma per il Paese.
Grandi atenei
(oltre 4.000 prodotti conferiti nella VQR 2020-2024)
| Ateneo | R 2015-2019 | R 2020-2024 | IRAS 2015-2019 | IRAS 2020-2024 | Variazione % IRAS |
| Milano Politecnico | 1,020 | 1,008 | 2,91 | 3,112 | +6,9% |
| Bologna | 1,041 | 1,036 | 5,84 | 6,001 | +2,8% |
| Milano | 1,076 | 1,057 | 4,52 | 4,578 | +1,3% |
Medi atenei
(tra 1.000 e 4.000 prodotti conferiti)
| Ateneo | R 2015-2019 | R 2020-2024 | IRAS 2015-2019 | IRAS 2020-2024 | Variazione % IRAS |
| Bergamo | 1,039 | 1,002 | 0,65 | 0,861 | +32,5% |
| Bari Politecnico | 1,031 | 1,025 | 0,53 | 0,702 | +32,5% |
| Venezia Ca’ Foscari | 1,041 | 1,031 | 1,07 | 1,218 | +13,8% |
Piccoli atenei
(meno di 1.000 prodotti conferiti)
| Ateneo | R 2015-2019 | R 2020-2024 | IRAS 2015-2019 | IRAS 2020-2024 | Variazione % IRAS |
| Catanzaro | 1,016 | 0,980 | 0,49 | 0,559 | +14,1% |
| Tuscia | 0,994 | 0,995 | 0,56 | 0,629 | +12,3% |
| Macerata | 0,955 | 1,000 | 0,48 | 0,491 | +2,3% |
Università a statuto speciale
(solo universita, escluse le Scuole a ordinamento speciale)
| Ateneo | R 2015-2019 | R 2020-2024 | IRAS 2015-2019 | IRAS 2020-2024 | Variazione % IRAS |
| Siena Stranieri | 0,987 | 0,976 | 0,11 | 0,132 | +20,0% |
| Perugia Stranieri | 0,848 | 0,939 | 0,09 | 0,106 | +17,8% |
| Roma Foro Italico | 1,06 | 1,053 | 0,13 | 0,121 | -6,9% |
Stefano Ubertini




