Per oltre un secolo l’idea è stata sempre la stessa: più tecnologia significa meno lavoro per gli esseri umani.
Già nel 1930 l’economista britannico John Maynard Keynes, nel saggio Possibilità economiche per i nostri nipoti, immaginava che entro il 2030 il progresso tecnologico avrebbe reso possibile una settimana lavorativa di circa 15 ore. L’aumento della produttività avrebbe permesso di soddisfare i bisogni fondamentali con meno sforzo, lasciando più spazio al tempo libero e alla qualità della vita.
A quasi cento anni di distanza, però, quella previsione appare ancora lontana. E l’arrivo dell’intelligenza artificiale sta riaprendo il dibattito su come la tecnologia stia realmente cambiando il lavoro.
L’intelligenza artificiale aumenta la produttività, ma non riduce le ore
Negli ultimi decenni strumenti digitali sempre più sofisticati hanno trasformato il modo di lavorare: computer, software, piattaforme online e, più recentemente, AI generativa e chatbot.
L’obiettivo dichiarato è sempre stato quello di semplificare le attività e risparmiare tempo. Tuttavia, i primi dati empirici raccontano una dinamica diversa.
Un’analisi pubblicata dal Centre for Economic Policy Research (CEPR) ha messo in relazione l’uso del tempo lavorativo con il livello di esposizione delle professioni all’intelligenza artificiale. I risultati indicano che i lavoratori nei settori più esposti all’AI tendono a lavorare più ore, non meno.
In particolare, passando dal 25° al 75° percentile di esposizione all’AI si registra un aumento medio di circa 2,2 ore lavorate a settimana. Dopo la diffusione su larga scala dei chatbot come ChatGPT, il divario è arrivato oltre le tre ore settimanali.
Più velocità, ma anche più aspettative
Questo fenomeno non significa necessariamente che l’AI non funzioni. Al contrario, molti strumenti di intelligenza artificiale consentono di svolgere alcune attività in modo più rapido.
Il problema è che l’aumento della produttività spesso porta a un aumento delle aspettative. Se una tecnologia permette di completare un compito più velocemente, aziende e organizzazioni tendono a chiedere più output nello stesso tempo.
Gli economisti descrivono questo meccanismo con il concetto di domanda indotta: quando la produttività aumenta, emergono nuove attività che riempiono il tempo liberato.
Il lavoro cambia, non scompare
Un altro elemento da considerare riguarda i limiti attuali dell’intelligenza artificiale.
Molti sistemi di AI generativa non sono completamente affidabili e richiedono supervisione umana, verifica e correzione degli errori. Questo significa che, anche quando l’AI produce contenuti o codice, una parte significativa del lavoro consiste nel controllare e rifinire i risultati.
Secondo diversi studi, questo fenomeno è evidente soprattutto in settori come programmazione, analisi dati, marketing e produzione di contenuti, dove l’intelligenza artificiale accelera la produzione ma genera anche nuove attività di revisione e controllo.
Il futuro del lavoro dipenderà dalle scelte della società
Nel corso della storia, la riduzione dell’orario di lavoro non è stata determinata soltanto dalla tecnologia. La settimana lavorativa di 40 ore, ad esempio, è il risultato anche di leggi sul lavoro, contrattazione collettiva e trasformazioni sociali.
L’intelligenza artificiale potrebbe effettivamente aumentare la produttività economica nei prossimi anni. Tuttavia, come sottolineano diversi rapporti dell’OCSE, la distribuzione dei benefici dipenderà in larga misura da come queste tecnologie verranno integrate nelle organizzazioni e nelle politiche del lavoro.
Per ora lo scenario più realistico non sembra quello immaginato da Keynes quasi un secolo fa. Più che eliminare il lavoro umano, l’intelligenza artificiale sta ridefinendo ritmi, competenze e aspettative del lavoro contemporaneo.
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