Nel Giorno della Memoria, il ricordo della Shoah viene spesso affidato ai fatti storici, alle cifre, alle immagini dei campi di sterminio. Meno visibile, ma altrettanto decisivo, è l’effetto che quella violenza ha prodotto sul linguaggio. La storia di Helga Schneider si colloca esattamente in questo spazio: non solo una vicenda di abbandono, ideologia e responsabilità individuale, ma anche un caso emblematico di trauma linguistico. Nata in Germania nel 1937, abbandonata dalla madre arruolatasi volontaria nelle SS e divenuta guardiana nei campi di Ravensbrück e Auschwitz-Birkenau, Schneider sceglierà da adulta di scrivere in italiano, rinnegando la propria lingua madre. Non per ragioni stilistiche o identitarie, ma perché quella lingua era diventata, per lei, un luogo insostenibile.
Il trauma linguistico del secondo Novecento
La Seconda guerra mondiale non ha prodotto soltanto una frattura politica e morale, ma anche uno sconvolgimento linguistico profondo. I regimi totalitari, in particolare nazismo e fascismo, hanno trasformato il linguaggio in uno strumento di dominio: semplificato, ripetitivo, pervasivo, finalizzato a rendere l’obbedienza un’abitudine mentale. Il linguaggio non si è limitato a descrivere la realtà, ma ha contribuito a costruirla. In questo senso, la violenza non si è esercitata solo sui corpi, ma anche sulle parole, e attraverso di esse sul pensiero. A descrivere con maggiore lucidità questo processo è stato il filologo tedesco Victor Klemperer, che nel suo studio LTI. La lingua del Terzo Reich analizza la progressiva nazificazione del tedesco. Secondo Klemperer, le parole agiscono come sostanze tossiche: ingerite quotidianamente, finiscono per alterare il modo di percepire il mondo. Per questo, dopo il 1945, non basta rimuovere i simboli del regime o condannarne i crimini: occorre smantellare le strutture linguistiche che hanno reso quei crimini pensabili, dicibili, amministrabili. La lingua, in altre parole, diventa uno dei principali campi di battaglia della memoria.
Helga Schneider: la lingua dell’abbandono e l’abbandono della lingua
Nel caso di Helga Schneider, il trauma linguistico si intreccia con una vicenda privata estrema. Nel 1941, Helga e il fratello vengono abbandonati a Berlino dalla madre, che sceglie il Reich al posto dei figli. L’infanzia di Helga è segnata da istituti correttivi, collegi per bambini indesiderati, continui spostamenti. Ma il vero nodo emerge anni dopo, quando la scrittrice incontra nuovamente la madre, ormai anziana, e scopre che non ha mai rinnegato il nazismo. La divisa delle SS viene conservata con orgoglio, l’ideologia resta intatta. È in questo confronto che il linguaggio mostra tutta la sua ambiguità: le stesse parole che dovrebbero spiegare diventano strumenti di giustificazione.
Il rifiuto della madrelingua: dal tedesco all’italiano
Per Schneider, il tedesco non è soltanto la lingua dell’infanzia, ma anche quella dell’obbedienza, del comando, della rimozione della responsabilità. Scrivere in tedesco significherebbe restare all’interno di quel sistema simbolico. Da qui la scelta dell’italiano. «Ho fatto la guerra alla mia lingua madre», racconta. L’italiano diventa una lingua adottiva, capace di offrire distanza dal trauma e di rendere possibile il racconto proprio perché estranea alla violenza originaria. Non si tratta di una fuga, ma di un atto consapevole: creare uno spazio linguistico in cui la memoria possa essere detta senza essere riassorbita.
Questo spostamento, tuttavia, non è indolore. Con il tempo, Schneider si accorge di non essere più in grado di parlare correttamente il tedesco. La perdita della madrelingua non avviene come una rottura improvvisa, ma come un lento svuotamento. La scrittrice la descrive come la perdita di un arto, avvenuta senza accorgersene. Il trauma linguistico non scompare: cambia forma. Scrivere in un’altra lingua consente di sopravvivere, ma comporta una rinuncia profonda, che investe l’identità stessa.
Memoria, linguaggio, responsabilità
La vicenda di Helga Schneider mostra che la memoria della Shoah non riguarda soltanto i fatti storici, ma anche il modo in cui quei fatti sono stati resi dicibili. Le parole non sono mai neutrali: possono diventare strumenti di dominio, ma anche spazi di resistenza. Ricordare, oggi, significa interrogare il linguaggio con cui raccontiamo il passato e con cui interpretiamo il presente. Anche una lingua può essere deportata. E la Giornata della Memoria serve anche a questo: a ricordare che la responsabilità passa, inevitabilmente, dalle parole che scegliamo di usare.
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