“Essere preside oggi” non significa amministrare un’azienda, ma abitare un luogo complesso, attraversato da aspettative sociali, disuguaglianze e tensioni culturali. È da questa convinzione che parte Giovanni Cogliandro, dirigente del Liceo Scientifico Augusto Righi di Roma, nell’intervista condotta da Mariano Berriola, Direttore di Corriereuniv.it.
Un dialogo che tocca temi centrali per il dibattito educativo: l’orientamento, il senso del liceo, il linguaggio della scuola, il rapporto con l’università e il rischio crescente di elitismo nel sapere.
Il “liceo senza aggettivi” e le false aspettative dell’orientamento
Per Cogliandro, uno dei nodi più critici riguarda il modo in cui oggi si racconta la scuola superiore. «Io credo nel liceo senza aggettivi», afferma, mettendo in discussione la proliferazione degli indirizzi e delle etichette. Classico e scientifico restano riferimenti solidi, ma caricarli di significati salvifici o automatici rischia di produrre illusioni. «Si generano false aspettative e false certezze», mentre ciò che dovrebbe guidare la scelta è l’ascolto delle proprie inclinazioni.
In questa prospettiva, anche il sistema degli open day viene guardato con sospetto.
Open day e linguaggio aziendale: «La scuola non deve fare marketing»
Cogliandro è netto: «Non andate agli open day, perché diventano occasioni di marketing».
Negli ultimi vent’anni, spiega, nella scuola è entrato un lessico estraneo: clienti, crediti, debiti, competizione. Una narrazione che assimila gli istituti a imprese in cerca di consenso e iscrizioni.
«Io non sono un manager», chiarisce. «Il mondo della scuola è un mondo diverso, più bello. I giovani non sono dipendenti di un’azienda». La didattica, come la dirigenza, resta per lui un’“arte dell’improvvisazione”, fatta di relazione, ascolto e responsabilità educativa, non di procedure aziendali.
Il Righi e la funzione emancipatoria della scuola
Un dato racconta più di molte analisi: circa il 20% degli studenti del Liceo Righi arriva dalla periferia di Roma. Famiglie e ragazzi scelgono l’istituto perché lo percepiscono come uno spazio di possibilità, di mobilità sociale, di riscatto.
Cogliandro non offre risposte facili. Richiama piuttosto Kant e l’eterogenesi dei fini: entrare in un contesto dove le aspettative sono alte spinge a misurarsi con standard più elevati, anche se il meccanismo non è sempre equo. Non è un modello ideale, ma spesso funziona così. Ed è proprio qui che la scuola mostra tutta la sua ambivalenza.
Università sempre più elitaria: una questione politica
Lo sguardo si allarga poi all’università. Secondo Cogliandro, studiare sta tornando a essere un privilegio. L’aumento delle tasse, il costo della vita, l’idea che l’università – soprattutto privata – sia sinonimo di élite e accesso privilegiato al lavoro stanno avvicinando l’Italia a un modello anglosassone fondato sull’indebitamento.
Un processo che non è neutro. «L’elitismo del mondo della ricerca oggi è un tema politico», sottolinea, e come tale va affrontato. Perché il sapere, se diventa esclusivo, smette di essere motore di emancipazione e diventa strumento di riproduzione delle disuguaglianze.
Una scuola fatta di persone, non di modelli
Nonostante le criticità, Cogliandro rivendica un dato spesso invisibile nel dibattito pubblico: nella scuola italiana lavorano tantissime persone appassionate. Docenti e dirigenti che resistono alla semplificazione, al linguaggio aziendale, alla retorica dell’efficienza a tutti i costi.
Essere preside oggi, nella sua visione, significa tenere insieme tutto questo: istituzione e umanità, rigore e improvvisazione, scuola come bene comune e non come prodotto da vendere.
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