Una lezione sul cambiamento climatico, una giornata dedicata al riciclo o un orto curato da una sola classe non bastano a rendere sostenibile una scuola. L’educazione ambientale deve coinvolgere la didattica, la gestione dell’edificio, le decisioni dell’istituto, il territorio e il modo in cui vengono valutati gli studenti.
È il modello proposto dall’UNESCO attraverso tre nuovi strumenti pubblicati il 17 settembre. L’obiettivo è aiutare scuole, università, docenti e responsabili delle politiche educative a trasformare la sostenibilità da argomento occasionale a componente stabile della vita scolastica.
Non si tratta di un nuovo programma obbligatorio né dell’introduzione di una materia aggiuntiva. Le pubblicazioni offrono indicazioni adattabili ai diversi sistemi educativi e affrontano tre aspetti collegati: organizzazione dell’istituto, metodi di insegnamento e valutazione delle competenze.
Educazione ambientale a scuola, il modello dell’intero istituto
Il primo strumento introduce quello che l’UNESCO definisce “approccio dell’intera istituzione”. La sostenibilità non dovrebbe essere affidata soltanto a un insegnante particolarmente sensibile o confinata all’interno delle ore di scienze ed educazione civica.
Dovrebbe orientare anche la direzione della scuola, l’organizzazione degli spazi, l’utilizzo delle risorse, le relazioni con il territorio e la partecipazione degli studenti.
Il documento individua quattordici elementi collegati tra loro attraverso i quali ogni istituto può analizzare le proprie attività e costruire un percorso coerente. Tra le dimensioni considerate ci sono insegnamento, ricerca, governance, funzionamento quotidiano, coinvolgimento della comunità e cultura organizzativa.
Questo significa, per esempio, evitare che una scuola spieghi agli studenti l’importanza della sostenibilità senza interrogarsi sui consumi dell’edificio, sulla mobilità, sulla gestione degli spazi o sulle proprie decisioni di acquisto.
Non tutte le strutture partono però dalle stesse condizioni. In Italia rimane aperto anche il problema della sicurezza e dell’adeguatezza degli edifici scolastici. Qualsiasi trasformazione deve quindi tenere insieme sostenibilità, manutenzione, accessibilità e capacità di affrontare i rischi climatici.
Dalla conoscenza all’azione
Il secondo strumento riguarda i metodi di insegnamento e le competenze necessarie per affrontare i problemi ambientali, sociali ed economici.
Conoscere le cause del cambiamento climatico o imparare la definizione di sviluppo sostenibile non significa automaticamente saper prendere decisioni consapevoli. Per questo l’UNESCO propone una didattica capace di ridurre la distanza tra ciò che gli studenti apprendono e ciò che riescono concretamente a fare.
Tra le competenze da sviluppare ci sono il pensiero critico, la collaborazione, la creatività, la capacità di comprendere problemi complessi e quella di immaginare scenari futuri differenti.
La lezione frontale può continuare ad avere una funzione, ma deve essere affiancata da attività nelle quali gli studenti osservano una situazione reale, raccolgono informazioni, discutono soluzioni e ne valutano le conseguenze.
Un progetto potrebbe partire dai consumi energetici dell’istituto, dagli spostamenti quotidiani degli studenti, dalla qualità degli spazi verdi o dalla produzione dei rifiuti. Il risultato importante non è soltanto trovare una risposta immediata, ma imparare a mettere in relazione dati, comportamenti individuali, decisioni collettive e interessi differenti.
Questo tipo di apprendimento valorizza anche la creatività e l’intelligenza divergente degli studenti, perché problemi complessi raramente possono essere risolti applicando una sola risposta già preparata.
Come valutare le competenze sulla sostenibilità
Il terzo documento affronta uno dei passaggi più difficili: la valutazione.
Una verifica tradizionale può misurare se uno studente ricorda una definizione, una data o un fenomeno scientifico. È più difficile valutare la sua capacità di collaborare, ragionare sulle conseguenze di una scelta, riconoscere un conflitto tra obiettivi diversi o trasformare una conoscenza in azione.
L’UNESCO presenta il modello DARE, un percorso che invita gli insegnanti a descrivere, esaminare, riprogettare e valutare le proprie modalità di verifica.
L’obiettivo non è eliminare voti e prove scritte, ma affiancarli con strumenti capaci di osservare competenze più articolate. Possono rientrare nella valutazione il lavoro svolto durante un progetto, la capacità di motivare una decisione, il confronto con i compagni, l’analisi dei risultati e la riflessione sugli errori.
La valutazione diventa così parte del percorso di apprendimento e non soltanto il controllo conclusivo delle nozioni memorizzate.
Gli strumenti sono stati sperimentati in dieci Paesi
Le tre guide sono state sviluppate tra il 2024 e il 2026 all’interno del progetto UNESCO “Transforming Futures”.
Alla sperimentazione hanno partecipato 41 istituzioni educative di Brasile, Costa Rica, Costa d’Avorio, Cuba, Germania, Giappone, Kenya, Malaysia, Romania e Slovenia. Sono state coinvolte scuole della rete UNESCO, università e cattedre UNESCO.
Docenti e dirigenti hanno applicato gli strumenti nei rispettivi contesti, documentando le attività, le difficoltà incontrate e i risultati osservati. Le esperienze raccolte sono state poi utilizzate per perfezionare le indicazioni.
Nessuna istituzione italiana risulta compresa tra quelle che hanno sperimentato i tre strumenti. Non è quindi possibile trasferire automaticamente le esperienze descritte alla scuola italiana o presentarle come una valutazione del nostro sistema.
Le guide possono però essere utilizzate anche da istituti di Paesi non coinvolti nel progetto. Al momento della pubblicazione risultano disponibili in inglese.
Non solo ambiente: sostenibilità significa anche società ed economia
L’espressione “educazione ambientale” descrive soltanto una parte del modello. L’UNESCO parla più ampiamente di educazione allo sviluppo sostenibile, includendo problemi ambientali, sociali ed economici.
Una scelta può infatti ridurre i consumi ma aumentare i costi per le famiglie. Un intervento può migliorare un edificio senza essere accessibile a tutti. Un nuovo servizio può produrre benefici ambientali, ma richiedere competenze e risorse che la scuola non possiede.
Gli studenti devono quindi imparare a riconoscere i collegamenti e i possibili conflitti tra obiettivi diversi. Per questo servono più discipline, la collaborazione tra docenti e il rapporto con soggetti esterni alla scuola.
Che cosa potrebbe cambiare concretamente
Applicare l’approccio dell’UNESCO non significa trasformare ogni studente in un attivista o imporre una particolare posizione politica. Significa rendere coerenti ciò che la scuola insegna, il modo in cui funziona e le competenze che decide di valutare.
Gli studenti potrebbero partecipare all’analisi di un problema dell’istituto, proporre possibili interventi e verificarne gli effetti. I docenti potrebbero progettare attività comuni tra materie scientifiche, umanistiche, economiche e tecnologiche. Dirigenti e personale potrebbero utilizzare le osservazioni raccolte per orientare alcune decisioni organizzative.
Anche le famiglie, gli enti locali, le associazioni e le università possono diventare parte del percorso, purché le attività mantengano obiettivi educativi chiari e non si riducano a iniziative promozionali.
La vera novità delle indicazioni UNESCO è quindi il passaggio dal progetto isolato alla continuità. Un’attività occasionale può sensibilizzare gli studenti; una scuola coerente può aiutarli a comprendere come conoscenze, decisioni e comportamenti siano collegati.
Le tre pubblicazioni contribuiranno al percorso verso la Conferenza mondiale UNESCO sull’educazione allo sviluppo sostenibile, prevista a Nairobi dal 13 al 15 gennaio 2027. La partecipazione dei giovani sarà uno degli elementi centrali dell’appuntamento.



