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Ad Orientasud il ricordo a 40 anni dall’omicidio del giornalista Giancarlo Siani

Marco Vesperini by Marco Vesperini
7 Novembre 2025
in News
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Ad Orientasud il ricordo a 40 anni dall’omicidio del giornalista Giancarlo Siani

Quarant’anni dopo l’assassinio di Giancarlo Siani, il suo nome continua a essere pronunciato come sinonimo di verità e coraggio. La sua storia, quella di un cronista di ventisei anni ucciso dalla camorra il 23 settembre 1985, non appartiene solo al passato: risuona oggi, tragicamente, nel destino dei giornalisti caduti a Gaza mentre tentavano di raccontare l’orrore che molti, ancora, negano. Alla giornata conclusiva di Orientasud 2025, intitolata “Da Siani ai reporter caduti a Gaza: il giornalismo sotto attacco”, si è parlato di libertà di stampa, memoria e responsabilità civile. Tre voci, diverse ma complementari, hanno tracciato un filo che lega il coraggio di Siani alla fragilità e alla resistenza del giornalismo contemporaneo.

“Giancarlo era seguito, controllato, cercato”, ha ricordato Paolo Siani, fratello del giovane cronista del Mattino. “Ma lui continuava a scrivere. Sapeva che era pericoloso, ma era il suo lavoro, e lo faceva fino in fondo. Quel taccuino su cui prendeva appunti era come un’arma: lo impugnava come fosse una pistola, ma era solo la penna di un cronista. Non poteva immaginare che, un giorno, i proiettili veri sarebbero arrivati”. Siani, ha ricordato il fratello, non era mosso da eroismo ma da passione civile. “Non aveva un’ossessione per la camorra. Amava fare il giornalista, e farlo bene. Scriveva di ambiente, di lavoro, di disoccupazione. Raccontava la vita della sua terra, e raccontandola, inevitabilmente, incontrò la camorra. Ma il suo obiettivo era uno solo: informare”.

Da Siani ai giornalisti di Gaza

Una missione che oggi, nel cuore dei conflitti del mondo, porta ancora lo stesso rischio. La reporter di guerra Barbara Schiavulli, tornata di recente dall’esprienza della Global Sumud Flotilla, ha spiegato: “Ci sono tanti modi di fare giornalismo, ma per chi crede davvero nella forza delle storie arriva un momento in cui non basta più scrivere da lontano. A volte bisogna esserci, metterci il corpo, rischiare. È quello che fanno i giornalisti che non scrivono per gli editori, ma per la società civile. Quelli che non accettano il silenzio”. Schiavulli ha raccontato la tragedia quotidiana di Gaza, “dove si continua a morire, e il mondo guarda altrove”. E ha aggiunto: “Il filo conduttore del giornalismo vero è questo: dare fastidio. Se non disturbi il potere, non stai facendo davvero il tuo lavoro”.

A intrecciare memoria e presente è stato Pietro Perone, giornalista e autore del libro ‘Giancarlo Siani – Terra nemica’: “Quella “terra nemica” non era solo la camorra, ma anche i depistaggi, le indagini fatte fallire, e un certo giornalismo che prima minimizzò la morte di Siani e poi fece di tutto per dimenticarla. Oggi quelle terre nemiche avanzano ancora. È sempre più difficile fare giornalismo d’inchiesta. Siamo più soli, più deboli, ma la storia di Giancarlo ci riporta al presente: ai colleghi uccisi a Gaza, che hanno tentato di raccontare un genocidio che troppi continuano a negare”.

L’esperienza di Giancarlo Siani

Il fratello Paolo ha ricordato anche la reazione di allora dei media: “Il giorno dopo la sua morte, Il Mattino aprì in prima pagina con una notizia di esteri. Solo quattro colonne per il suo giornalista ucciso. Non volevano che si sapesse. Cercarono di infangarlo, di dire che era una storia di donne o di droga. È per questo che oggi bisogna farsi il proprio giornale, il proprio spazio libero, perché la verità non ha editori”. Quarant’anni dopo, quella verità continua a camminare sulle gambe di chi racconta. Dai vicoli di Napoli alle macerie di Gaza, il mestiere di scrivere resta un atto di resistenza. E la penna di Giancarlo Siani, come quella dei cronisti che cadono oggi sotto le bombe, continua a tracciare la linea sottile — e imprescindibile — che separa il silenzio dalla libertà.

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