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Abolita l’Abilitazione scientifica nazionale: il Ddl Bernini è legge

Marco Vesperini by Marco Vesperini
8 Luglio 2026
in News
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Occupazioni all’università, Bernini: “Borse di studio a rischio”. La lettera ai rettori

La riforma dei concorsi universitari che cancella l’abilitazione scientifica nazionale, voluta dalla ministra Anna Maria Bernini, è diventata legge. Il testo, approvato alla Camera con 122 sì e 70 no (3 astenuti), è identico a quello licenziato dal Senato lo scorso 9 dicembre, e nasce dai lavori di un gruppo di esperti nominato dal ministero nel settembre 2024. L’Asn viene sostituita da un’autocertificazione: in sostanza, i candidati ai concorsi da professore o da ricercatore a tempo determinato dichiareranno online il possesso di requisiti di produttività scientifica fissati per gruppo disciplinare. Va segnalato il regime transitorio per chi ha ottenuto l’abilitazione scientifica prima di oggi: in quei casi è previsto l’esonero dall’autocertificazione fino alla scadenza del titolo.

31mila docenti senza cattedra

A spiegare il cambio sono i numeri del sistema appena abolito. Nelle sei finestre di Asn bandite dal 2012 a oggi si sono abilitati oltre 71mila aspiranti professori, ma meno di 40mila hanno poi ottenuto una cattedra. Cioè sono rimasti fuori oltre 31mila abilitati, il 41,3% del totale, che pur avendo superato la valutazione nazionale non hanno ricevuto una chiamata. A questo si aggiunge il contenzioso: tra il 2013 e il 2024 le procedure di abilitazione hanno generato oltre 2.500 ricorsi tra Tar del Lazio e Consiglio di Stato, contro appena 45 per la chiamata dei professori e 179 per quella dei ricercatori nello stesso periodo.

Il nuovo provvedimento, che comprende quattro articoli in totale, stabilisce che i requisiti autocertificati saranno vagliati da commissioni formate da cinque membri. In particolare, quattro di loro saranno esterni ed estratti da una lista di 40 aspiranti commissari per ciascun gruppo scientifico disciplinare, che sarà redatta dal ministero in base a richieste corredate da curricula consultabili online; il quinto, invece, verrà individuato dall’ateneo tra gli interni tra quelli stabilmente impegnati “all’estero in attività di ricerca o di insegnamento con una posizione accademica almeno equipollente” a quella ricercata. Le commissioni scenderanno a tre membri (due esterni e un interno) per i gruppi scientifico disciplinari più piccoli (dove le liste di partenza avranno meno di 40 nomi).

I requisiti minimi verranno aggiornati una prima volta dopo due anni e poi ogni cinque. Sarà invece triennale la cadenza con la quale tutti i docenti in cattedra verranno giudicati in base a nuove linee guida sulla valutazione affidate all’Agenzia Anvur, con conseguenti benefici premiali in termini di contributi per l’università che li ha reclutati.

La mobilità

Tra le misure del provvedimento è previsto anche l’aumento dal 20% al 25% per quanto riguarda la quota di posti da professore riservata a chi arriva da un altro ateneo, e dal 33% al 25% quella sulle risorse per i contratti da ricercatore.

Sempre riguardo alla mobilità, da segnalare l’introduzione della possibilità di trasferimento “a senso unico” – quindi non più solo a scambio reciproco – di professori e ricercatori a tempo indeterminato in servizio da almeno cinque anni. Necessari, ovviamente, l’assenso dell’interessato e delle università e il fatto che l’ateneo che “chiama” rispetti specifici indicatori di sostenibilità economico-finanziaria.

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