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Stipendi degli insegnanti, l’Italia resta indietro in Europa: il valore di chi educa

redazione by redazione
16 Settembre 2026
in Lavoro, Scuola
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Insegnante corregge i compiti in un’aula vuota dopo le lezioni

Il lavoro degli insegnanti continua oltre le ore di lezione, tra correzioni, preparazione e attività collegiali.

Ogni mattina affidiamo agli insegnanti ciò che abbiamo di più prezioso: i nostri figli. Li lasciamo entrare in una delle stanze più delicate della loro vita, quella in cui imparano a conoscere il mondo e anche se stessi.

Gli insegnanti ne osservano talenti e fragilità. Intercettano difficoltà che, a volte, le famiglie non riescono a vedere. Poi guardiamo la loro busta paga e ci accorgiamo che quella responsabilità, così importante per tutti noi, in Italia viene riconosciuta sorprendentemente poco.

Il confronto europeo mostra con chiarezza il problema: gli stipendi degli insegnanti in Italia restano molto più bassi rispetto a quelli riconosciuti in diversi altri Paesi.

I dati più recenti di Eurydice, la rete della Commissione europea dedicata ai sistemi educativi, permettono di confrontare le retribuzioni dei docenti nei diversi Paesi.

Prendendo come riferimento la scuola primaria e la qualifica minima prevista, un insegnante italiano parte da circa 25.200 euro lordi l’anno. Dopo quindici anni arriva a poco più di 30.000 euro, mentre al termine della carriera raggiunge circa 36.700 euro.

La crescita è quindi lenta. Anche dopo molti anni di servizio, lo stipendio rimane distante da quello riconosciuto ai docenti di altri sistemi scolastici europei.

Il confronto con Spagna, Francia, Irlanda e Paesi Bassi

In Spagna lo stipendio iniziale è di circa 35 mila euro e quello massimo supera i 50 mila. In Francia si parte da oltre 32 mila euro e si arriva a quasi 52 mila.

Il divario aumenta ulteriormente guardando all’Irlanda, dove un docente parte da più di 41 mila euro e può avvicinarsi agli 82 mila. Nei Paesi Bassi, invece, lo stipendio massimo sfiora i 100 mila euro lordi l’anno.

Si tratta di stipendi statutari lordi, che non comprendono necessariamente tutte le indennità. Il confronto deve quindi essere letto con cautela. Tuttavia, la distanza con l’Italia rimane evidente: i docenti italiani partono da livelli più bassi e recuperano molto lentamente nel corso della carriera.

Le cifre nominali non raccontano tutto, perché il costo della vita cambia da Paese a Paese. Anche considerando questo elemento, però, il quadro italiano non migliora.

Secondo il rapporto OCSE Education at a Glance 2025, nel 2024 lo stipendio effettivo di un insegnante italiano della scuola primaria era del 33% inferiore a quello degli altri lavoratori laureati. Nei Paesi OCSE la differenza media era invece del 17%.

Anche l’andamento nel tempo mostra una difficoltà strutturale. Nell’ultimo decennio le retribuzioni reali dei docenti della scuola primaria sono cresciute mediamente nei Paesi OCSE. In Italia, invece, nel 2024 risultavano ancora inferiori del 4,4% rispetto al 2015.

Non è soltanto una questione di quanto guadagna un insegnante. È anche il valore che una società sceglie di attribuire a una professione dalla quale dipende una parte importante della formazione delle generazioni future.

Negli ultimi mesi qualcosa si è mosso. Il 1° luglio 2026 è stato sottoscritto il contratto di anticipazione economica del comparto Istruzione e Ricerca per il triennio 2025-2027.

È un passo nella direzione giusta e sarebbe sbagliato non riconoscerlo. È però difficile pensare che un singolo intervento contrattuale possa colmare una distanza accumulata nel corso degli anni.

I confronti internazionali disponibili fotografano in larga parte una situazione precedente agli ultimi aumenti e dovranno quindi essere aggiornati. Il divario, tuttavia, è abbastanza ampio da indicare la necessità di uno sforzo ulteriore e continuativo.

In Spagna il 54% dei docenti è soddisfatto dello stipendio

Si potrebbe pensare che le retribuzioni basse siano un problema comune ai Paesi mediterranei. I dati raccontano una realtà diversa.

Secondo TALIS 2024, l’indagine dell’OCSE sulle condizioni di lavoro degli insegnanti, in Spagna il 54% dei docenti si dichiara soddisfatto dello stipendio. In Italia la percentuale si ferma al 23%.

I sistemi mediterranei tendono semmai ad avere carriere particolarmente lunghe. Per raggiungere lo stipendio massimo servono 35 anni in Italia, 39 in Spagna e 34 in Francia.

Anche l’Irlanda richiede 35 anni, ma nel corso della carriera lo stipendio quasi raddoppia. Nei Paesi Bassi, invece, il livello massimo viene raggiunto molto prima.

Non è quindi soltanto una questione geografica o linguistica. È una scelta politica e culturale: decidere quanto valore attribuire a chi forma le generazioni future.

Le vacanze degli studenti non sono quelle degli insegnanti

C’è poi una convinzione difficile da superare: gli insegnanti avrebbero troppe vacanze.

È vero che l’Italia ha una delle pause estive più lunghe, pari ad almeno dodici settimane. Considerando però tutte le interruzioni dell’anno scolastico, si arriva a 13,8 settimane, appena sopra la media OCSE.

La vera differenza è nella distribuzione. Il calendario italiano concentra quasi tutta la pausa durante l’estate, mentre altri Paesi prevedono più settimane di interruzione nel corso dell’anno.

Soprattutto, le vacanze degli studenti non coincidono con quelle degli insegnanti. Al termine delle lezioni continuano scrutini, esami, collegi docenti, formazione e programmazione dell’anno successivo.

Durante l’anno si aggiungono la preparazione delle lezioni, la correzione dei compiti, i colloqui con le famiglie, la predisposizione dei piani didattici personalizzati per gli studenti con bisogni educativi speciali, le riunioni con i servizi territoriali e una burocrazia digitale sempre più estesa.

Secondo TALIS 2024, i docenti italiani della scuola secondaria di primo grado dichiarano in media 32,7 ore di lavoro alla settimana. Di queste, 18,8 sono dedicate direttamente all’insegnamento.

Tutto il resto non compare nell’orario delle lezioni appeso alla porta dell’aula. È un lavoro meno visibile, ma indispensabile per far funzionare la scuola: preparare le attività, correggere, valutare, incontrare le famiglie e partecipare alla vita collegiale dell’istituto.

Ridurre il lavoro di un insegnante alle sole ore trascorse in classe significa quindi ignorare una parte consistente delle sue responsabilità.

La vocazione non può sostituire uno stipendio dignitoso

Per anni l’insegnamento è stato raccontato soprattutto come una vocazione, quasi che la bellezza del mestiere potesse compensare una carriera lenta e stipendi modesti.

La vocazione conta, ma non può diventare il modo elegante per chiedere a qualcuno di accettare condizioni materiali meno dignitose. Una professione essenziale non può reggersi soltanto sulla disponibilità al sacrificio di chi la sceglie.

Quando il compenso resta troppo basso, cresce il rischio che l’insegnamento diventi meno attrattivo per chi possiede alternative professionali meglio remunerate.

Ed è un peccato, perché insegnare è un mestiere bellissimo. È uno dei pochi lavori che permettono di osservare ogni giorno la crescita dell’intelligenza e della personalità di una ragazza o di un ragazzo. Ma anche la vocazione ha bisogno di condizioni materiali dignitose.

Il costo della vita pesa sugli stipendi dei docenti

Nelle grandi città, affitti, trasporti e costo della vita assorbono una parte consistente del reddito. Lo stipendio di un insegnante può così diventare insufficiente per arrivare serenamente alla fine del mese.

A quel punto la passione rischia di logorarsi e l’entusiasmo può lasciare spazio alla frustrazione. Il lavoro che dovrebbe attrarre persone preparate e motivate rischia di perdere proprio chi avrebbe maggiori possibilità di scegliere un’altra professione.

Nel frattempo continuiamo a chiedere agli insegnanti di educare, includere, orientare, prevenire il disagio e spesso supplire alle fragilità delle famiglie.

Le responsabilità aumentano, mentre il riconoscimento economico e sociale rimane insufficiente. Una scuola che non riesce ad attrarre e trattenere docenti motivati, preparati e pienamente dedicati finisce inevitabilmente per impoverire anche gli studenti.

Stipendi e carriere, serve una politica di lungo periodo

Sarebbe un errore trasformare questa riflessione nell’ennesimo processo al governo di turno. Gli aumenti recenti vanno nella direzione giusta, ma gli stipendi bassi, le carriere lente e la perdita di prestigio sociale degli insegnanti non nascono oggi.

Sono il risultato di decenni di rinvii, interventi parziali e promesse mai diventate una vera politica nazionale.

Servirebbe un accordo stabile, condiviso dalle diverse forze politiche e sottratto il più possibile al calendario elettorale. Occorre aumentare progressivamente le retribuzioni, rendere le carriere meno lente, riconoscere il lavoro svolto fuori dall’aula e investire seriamente nella formazione.

In altre parole, bisogna rendere nuovamente l’insegnamento una professione capace di attrarre le persone migliori.

Un Paese che tiene bassi gli stipendi degli insegnanti rende meno desiderabile una professione dalla quale dipende la qualità delle generazioni future. Il messaggio che arriva ai ragazzi è terribile: la vostra formazione è fondamentale, ma chi la rende possibile vale poco.

È una contraddizione che l’Italia continua a trascinarsi da troppo tempo. Il modo in cui una società riconosce economicamente chi insegna dice molto di ciò in cui crede e, soprattutto, di quanto sia davvero disposta a investire nel proprio futuro.


Stefano Ubertini

redazione

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