“Introdurre l’anno sabbatico a scuola non è un progetto impossibile: basta volerlo”. A dirlo è l’Anief, associazione professionale e sindacale, che, pochi giorni fa, ha chiesto che questa possibilità venga introdotta, e finanziata, con la prossima Legge di bilancio. A fare da esempio è il caso di Bolzano, dove l’anno sabbatico retribuito esiste ed è finanziato dalla Provincia per l’80%. Nel resto d’Italia, invece, la stessa opportunità è prevista dalla legge, ma completamente a carico del docente, che deve rinunciare allo stipendio e pagarsi i contributi previdenziali.
Un anno sabbatico è un periodo di pausa volontaria dal lavoro o dallo studio, solitamente di 12 mesi. “È rivolto al personale insegnante ed equiparato delle scuole professionali, istituti di musica e delle scuole dell’infanzia” con “rapporto di lavoro di tempo pieno per quattro anni scolastici”, come spiegato dalla Provincia di Bolzano. “Il periodo di riposo è della durata di un anno” e prevede il pagamento “dell’80% dello stipendio per il quinquennio: è concesso solamente al personale docente ed equiparato con un rapporto di lavoro a tempo indeterminato ed orario a tempo pieno”.
Come funziona in Italia
Ma Bolzano, come detto, è un caso a parte: per tutti gli altri insegnanti italiani, l’aspettativa per l’anno sabbatico, definita anche “Anno di riflessione importante per la formazione”, è disciplinata dall’art. 26 comma 14 della Legge 448/1998 (Legge finanziaria 1999), che recita: “I docenti e i dirigenti scolastici che hanno superato il periodo di prova possono usufruire di un periodo di aspettativa non retribuita della durata massima di un anno scolastico ogni dieci anni. Per i detti periodi i docenti e i dirigenti possono provvedere a loro spese alla copertura degli oneri previdenziali”. Si tratta quindi di un’opzione che non consente la maturazione dell’anzianità di servizio e della progressione di carriera. Per tali periodi di aspettativa non spetta alcuna copertura previdenziale. Tuttavia, i docenti e i dirigenti possono provvedere a loro spese alla copertura degli oneri previdenziali (vedi la Circolare del Ministero del Tesoro del 26 aprile 2000). Nella pratica, un anno senza stipendio significa perdere circa 25-30mila euro di reddito lordo, a cui si aggiungono i contributi da versare per non interrompere la carriera previdenziale.
Un insegnante su due dichiara di volere una pausa
Secondo quanto riportato dal sito orizzonescuola.it, un insegnante su due, in Italia, dichiara di aver bisogno di un periodo di pausa per rigenerarsi e aggiornare le proprie competenze, stando ai dati un’indagine condotta tra i docenti della scuola pubblica.
E, sul fenomeno del burnout, Pacifico di Anief spiega: “Siamo giunti ad un punto che occorre riconoscere il lavoro usurante prodotto a scuola anche perché in Italia abbiamo altri dipendenti, come i militari e gli agenti di polizia, che possono continuare ad andare in pensione senza penalizzazioni a 60 anni. Invece, la scuola rientra tra le tante professioni del sistema lavorativo italiano sempre più legate alla speranza di vita e sempre meno alla flessibilità di uscita anticipata. Invece, il burnout sta crescendo tra i dipendenti docenti e Ata della scuola, con il malessere psico-fisico del personale scolastico sempre più presente, soprattutto dopo i 60 anni di età. La stessa età che noi indichiamo come utile per accedere alla pensione anticipata”.
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