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Giornata della Memoria, come insegnare la Shoah oggi: tra storia, scuola e conflitti del presente

CorriereUniv by CorriereUniv
27 Gennaio 2026
in Scuola
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Giornata della Memoria, come insegnare la Shoah oggi: tra storia, scuola e conflitti del presente

«La memoria non è un rito: è uno strumento critico per capire il presente»

Ogni anno, il 27 gennaio, la scuola italiana si confronta con una domanda che non è mai neutra: come parlare oggi della Shoah a studenti che vivono in un mondo attraversato da nuove guerre, immagini di distruzione quotidiane e conflitti che entrano nelle aule attraverso i social e l’informazione continua?

È da qui che prende forma l’incontro con Stefano Palermo, docente di Storia economica alla Sapienza Università di Roma, intervistato da Mariano Berriola negli studi romani di Corriere Università e Lavoro, alla presenza degli studenti del Liceo Tasso di Roma, protagonisti attivi del dialogo.

Non una lezione frontale, ma un confronto aperto, in cui la Shoah viene assunta non solo come evento storico, ma come chiave di lettura per comprendere i processi di disumanizzazione, ieri come oggi.


Shoah: un processo storico, non un evento isolato

Nel corso dell’intervista, Palermo insiste su un punto spesso dato per scontato: la Shoah non è un fatto improvviso, né un’eccezione incomprensibile nella storia europea. È il risultato di un processo lungo, che inizia ben prima della guerra, con politiche di esclusione, separazione e stigmatizzazione.

«Per capire lo sterminio – spiega – bisogna guardare agli anni Trenta, alle leggi razziali, alla costruzione di un’idea di “diversità” da colpire». È in questo passaggio che la Shoah diventa anche uno strumento metodologico: serve a interrogare il modo in cui uno Stato moderno può arrivare a normalizzare la violenza.


La scuola come spazio critico, non come commemorazione automatica

Per Palermo, la Giornata della Memoria non è una semplice ricorrenza: è un dovere educativo. Ma a patto di non ridurla a un rito ripetitivo.

È una riflessione che trova eco immediata negli studenti del Liceo Tasso. Alcuni raccontano come, fin dalle elementari, la Shoah sia stata affrontata ogni anno; altri sottolineano il rischio che la commemorazione diventi un gesto meccanico, svuotato di significato.

La differenza, spiegano, sta nel metodo: studiare, discutere, mettere in crisi le proprie certezze. Non limitarsi al rispetto formale, ma capire davvero perché è accaduto.


Dalla Shoah all’Europa democratica (e alle sue fragilità)

Nel dialogo emerge con forza anche il legame tra la Shoah e la nascita dell’Europa contemporanea. Auschwitz non è solo un luogo della memoria, ma una frattura storica da cui nasce un nuovo progetto politico, fondato su pace, diritti e cooperazione.

Palermo ricorda come l’Europa democratica sia figlia diretta della Seconda guerra mondiale. Ma quei valori, avverte, non sono garantiti per sempre. Le tensioni geopolitiche, l’accesso diseguale alle risorse, l’indebolimento delle istituzioni democratiche mostrano quanto l’equilibrio costruito nel dopoguerra sia oggi sotto pressione.


I conflitti del presente e le domande dei giovani

È in questo passaggio che il confronto con gli studenti si fa più diretto e, per certi versi, più scomodo. Parlano del presente, delle immagini che scorrono ogni giorno sugli schermi, del genocidio in Palestina, di Gaza, dei civili coinvolti nei conflitti contemporanei. Alcuni di loro osservano come sia spesso più difficile elaborare ciò che accade oggi, davanti ai propri occhi, rispetto a eventi storici già consegnati al passato.

Nel dibattito emerge anche una riflessione che colpisce per lucidità e paradosso: mentre la Shoah viene studiata come paradigma storico dello sterminio, oggi si ripresentano nuove drammatiche forme di violenza di massa, e questa contraddizione rende ancora più complesso il lavoro della scuola. Non per sovrapporre eventi diversi, ma per interrogarsi sul senso della memoria quando la violenza di massa non appartiene solo ai libri di storia.

La Shoah, in questo senso, non diventa un paragone improprio, ma una lente critica: serve a riconoscere i processi di disumanizzazione quando si ripresentano, e a dare agli studenti strumenti per leggere il presente senza semplificazioni.


Studiare per comprendere, non per giudicare

Nel finale dell’incontro, uno studente cita Spinoza: «Neque lugere, neque iudicare, neque ridere, sed intelligere». Non piangere, non giudicare, non deridere, ma comprendere.

È forse la sintesi più efficace del senso della Giornata della Memoria così come emerge dal confronto: la memoria come esercizio razionale, civile, critico, non come risposta puramente emotiva. In un’epoca segnata da polarizzazione e semplificazione, la scuola resta uno dei pochi luoghi in cui allenare questa complessità.


Oltre il 27 gennaio

Rinnovare la didattica della Shoah significa allora andare oltre il rito del 27 gennaio, senza svuotarlo. Significa riconoscere che la Shoah è parte della storia europea e occidentale, e che comprenderla è indispensabile per leggere il presente, anche quando è scomodo.

Come dimostra il dialogo con il Professor Palermo e con gli studenti, la memoria non serve solo a ricordare ciò che è stato, ma a formare cittadini capaci di interrogare il mondo in cui vivono. Ed è qui che la scuola può ancora svolgere un ruolo decisivo.

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