In Ungheria un insegnante, Géza Buzás‑Hábel, è finito sotto indagine con l’accusa di “organizzazione di una manifestazione proibita” dopo avere promosso, lo scorso ottobre, un corteo del Pride nella città di Pécs. A riportarlo è il quotidiano The Guardian.
Il 4 ottobre 2025, nonostante il divieto imposto dalla nuova legge anti-Pride varata dal governo di Viktor Orbán, migliaia di persone — centinaia secondo le stime — hanno partecipato alla marcia, che rappresentava uno degli ultimi appuntamenti LGBTQ+ al di fuori di Budapest.
Qualche settimana dopo, Buzás-Hábel è stato convocato dalla polizia e poi formalmente incriminato: rischia fino a un anno di carcere e, in caso di condanna, la perdita definitiva del diritto a insegnare.
Secondo associazioni per i diritti umani in Ungheria e in Europa, si tratta del primo caso nella storia dell’Unione europea in cui un organizzatore di un Pride viene perseguito penalmente — una svolta considerata “senza precedenti e pericolosa”.
Il contesto è quello di una legislazione repressiva: con la recente modifica alla Costituzione, il governo ungherese ha vietato ogni evento pubblico LGBT+, ha reso l’omosessualità “non adatta ai minori” e ha autorizzato l’uso di riconoscimento facciale per identificare i partecipanti ai cortei.
Per molti attivisti e osservatori, la vicenda è un campanello d’allarme sui diritti civili nel cuore dell’Europa: denunciano una chiara violazione del diritto di assemblea, di espressione e della non-discriminazione sanciti dalle norme europee.
Il caso di Buzás-Hábel potrebbe segnare una svolta drammatica: l’imposizione del carcere per aver esercitato il diritto a manifestare pacificamente rappresenta, secondo molti, non solo un attacco alle libertà fondamentali, ma un punto di non-ritorno nella repressione delle comunità LGBTQ+ nell’Unione europea.
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