L’aggressione al giovane studente della Bocconi, colpito con violenza a Milano nelle scorse settimane, ha riportato alla memoria di Simona Ventura una ferita mai del tutto rimarginata: quella del 2018, quando suo figlio Niccolò Bettarini venne accoltellato undici volte davanti a una discoteca mentre tentava di difendere un amico. La conduttrice è intervenuta sul tema durante il convegno “Fermare l’educazione all’odio”, organizzato dal Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella” e fortemente voluto da lei e dal marito Giovanni Terzi.
“Abbiamo cinque figli in due, è impossibile non interessarsi a questi temi” racconta Ventura all’ANSA nell’intervista raccolta da Gioia Giudici. “Da quando mio figlio è stato aggredito mi sono impegnata molto sui giovani e mi sono resa conto che gli adolescenti hanno bisogno del nostro aiuto”.
Per Ventura, l’era digitale “ha dato qualcosa ai ragazzi, ma in modo superficiale”, contribuendo però a renderli “molto più fragili”. Una vulnerabilità che, secondo lei, si è aggravata “dopo il Covid, con una recrudescenza di violenza che non ci aspettavamo”.
“La mia generazione viveva in un’epoca violenta, ma eravamo più forti: quando cadevamo sapevamo rialzarci. Oggi consumismo ed era digitale hanno indebolito i nostri figli”, osserva la conduttrice.
Commentando l’aggressione del 22enne milanese, Ventura sottolinea come sia “ancora più sconvolgente perché gli autori arrivano da una famiglia borghese, normale. Non capisco come possano uscire di casa con smartphone e coltello in tasca”.
Secondo Ventura, per affrontare questa crisi educativa “la strada è lunga: la famiglia è indebolita, i genitori lavorano entrambi e vivono nel senso di colpa. La scuola ha una funzione importante ma non può sostituirsi alla famiglia. Serve una nuova e più forte alleanza”.
La priorità, oggi, è “sensibilizzare ragazzi e famiglie: la colpa è anche nostra. Abbiamo anestetizzato i figli dal desiderio, dando loro tutto prima ancora che lo chiedessero. Noi desideravamo per mesi, loro ottengono tutto con un click”.
Le norme sono importanti, conclude, “ma non bastano: dobbiamo rieducare al desiderio, che è la prima arma contro l’odio”.





