Un caso gravissimo che finisce — almeno per ora — con un’assoluzione. Un’insegnante a Lecce era stata accusata di maltrattamenti nei confronti delle proprie figlie: secondo l’accusa, le avrebbe insultate con epiteti quali stupida, ciuccia, scema e le avrebbe picchiate.
Dopo il processo, tuttavia, il giudice ha riconosciuto che le prove non erano sufficienti per condannarla e l’ha assolta. La donna, dunque, non dovrà rispondere penalmente per i presunti abusi.
La vicenda aveva suscitato forte indignazione e allarme: ricordi inquietanti di stretta disciplina che travalica l’autorità educativa, e la percezione di una «violenza nascosta» che solo raramente emerge. Ma alla fine il tribunale ha valutato che le accuse non fossero dimostrate.
Il verdetto lascia aperti molti interrogativi su come fatti di questo tipo vengano denunciati, indagati e giudicati: la questione del peso delle testimonianze, della credibilità delle parti, del confine tra autorità scolastica e abusi.
Per le famiglie coinvolte — e per tutti coloro che credono nella tutela dei diritti dei minori — resta la frustrazione di un esito che non soddisfa il bisogno di verità, e che sottolinea quanto sia complessa la strada per fare giustizia.
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