Il Nobel Pace 2026 è stato assegnato a Navi Pillay, la giurista sudafricana che ha dedicato la propria carriera alla difesa dei diritti umani e alla giustizia internazionale. L’annuncio è arrivato il 9 ottobre: il Comitato norvegese ha premiato il suo impegno per la pace e per il diritto internazionale.
Dietro il riconoscimento c’è un percorso che attraversa anche le università. Prima dei tribunali e degli incarichi alle Nazioni Unite, c’è una studentessa che passa ore in biblioteca a leggere i processi di Norimberga e si interroga sulla possibilità di chiedere conto ai responsabili delle atrocità.
Una studentessa davanti agli atti di Norimberga
Pillay è nata a Durban nel 1941, in una famiglia sudafricana di origine indiana tamil. Figlia di un autista di autobus, ha studiato in un Paese nel quale l’apartheid imponeva la segregazione razziale anche nella formazione.
Un profilo pubblicato dalla Harvard Law School racconta che, all’Università di Natal, frequentava corsi riservati agli studenti non bianchi. Nella biblioteca dell’ateneo incontrò gli atti dei processi di Norimberga: li lesse a lungo, colpita dall’idea che la collaborazione tra Paesi potesse portare davanti a un tribunale gli autori dei crimini più gravi.
Quel lavoro di lettura avrebbe accompagnato le sue successive scelte professionali. Nella pratica legale difese oppositori dell’apartheid e donne vittime di violenza, confrontandosi con un sistema che produceva discriminazioni.
Dall’Università di Natal al dottorato ad Harvard
Il suo percorso accademico cominciò all’Università di Natal, dove conseguì un Bachelor of Arts nel 1963 e un titolo in diritto nel 1965. Proseguì poi alla Harvard Law School, ottenendo un Master of Laws nel 1982 e un Doctor of Juridical Science nel 1988.
Fu la prima persona sudafricana a conseguire questo dottorato alla scuola di diritto di Harvard. Nel racconto raccolto dall’ateneo, Pillay attribuisce agli studi americani un ruolo importante nell’approfondimento dei diritti umani e nella costruzione degli argomenti giuridici per difendere le donne.
La formazione si intrecciò così con problemi incontrati nel lavoro: discriminazioni, tutela delle persone e limiti del potere.
Il Ruanda e il riconoscimento della violenza sessuale
Nel 1995 Pillay divenne la prima donna non bianca nominata giudice dell’Alta Corte sudafricana. Nello stesso anno fu eletta giudice del Tribunale penale internazionale per il Ruanda, del quale sarebbe diventata presidente.
Fece parte del collegio che, il 2 settembre 1998, condannò Jean-Paul Akayesu per genocidio e crimini contro l’umanità. La sentenza rappresentò un passaggio decisivo: riconobbe che lo stupro e altre forme di violenza sessuale possono costituire atti di genocidio quando sono commessi con l’intento di distruggere il gruppo preso di mira.
Il suo lavoro proseguì alla Corte penale internazionale e, dal 2008 al 2014, come Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani.
Perché questo Nobel parla anche agli universitari
Per chi studia Giurisprudenza o Scienze politiche, il percorso di Pillay mostra il rapporto tra formazione e responsabilità professionale. Leggere una sentenza, ricostruire i fatti e interpretare una norma può incidere sul riconoscimento delle vittime e sull’accertamento delle responsabilità.
Il Comitato Nobel richiama proprio la necessità di un ordine giuridico internazionale capace di tutelare le vittime e perseguire i responsabili, in una fase di conflitti e pressioni sulle istituzioni della giustizia.
La vicenda di Pillay offre una prospettiva concreta a chi sta scegliendo il proprio percorso: lo studio del diritto può diventare uno strumento per affrontare le ingiustizie, attraverso competenza, prove e rispetto delle procedure.
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