Oltre tre milioni di italiane dichiarano di avere subito almeno una forma di violenza fisica o sessuale prima dei 16 anni. Il dato, pubblicato dall’ISTAT il 16 settembre, non riguarda direttamente gli atenei, ma aiuta a comprendere perché anche l’università debba essere preparata ad ascoltare, sostenere e proteggere persone che possono arrivare al campus portando con sé esperienze di violenza mai raccontate.
Più del 58% delle vittime di violenza sessuale durante l’infanzia, infatti, riferisce di non averne parlato con nessuno quando era bambina. Secondo la stessa indagine, la quota di italiane che dichiara violenze fisiche o sessuali da adulta passa dal 31,9% al 57,2% tra chi le aveva già subite prima dei 16 anni.
È in questo contesto che lunedì 21 e martedì 22 settembre l’Università di Milano-Bicocca ospiterà la Seconda Conferenza Paneuropea dedicata alla prevenzione e al contrasto della violenza di genere nelle università.
Violenza di genere negli atenei: soltanto il 13% segnala gli episodi
Una delle rilevazioni più ampie condotte finora negli ambienti accademici europei è quella realizzata dal progetto UniSAFE nel 2022. Alla ricerca hanno risposto 42.186 studenti e lavoratori di 46 università e organizzazioni di ricerca appartenenti a 15 Paesi.
Il 62% dei partecipanti ha dichiarato di avere sperimentato almeno una delle forme di violenza di genere considerate dal questionario dall’inizio del proprio percorso nell’istituzione. La definizione utilizzata era ampia e comprendeva violenza psicologica, fisica, economica, sessuale, molestie sessuali e violenza online.
Il 31% dei rispondenti ha segnalato esperienze riconducibili alle molestie sessuali. Tra coloro che avevano riferito almeno un episodio di violenza di genere, soltanto il 13% lo aveva comunicato formalmente.
Quasi la metà di chi non aveva segnalato l’accaduto riteneva che il comportamento potesse non essere abbastanza grave. Un altro 31% ha spiegato di non averlo riconosciuto, al momento dell’episodio, come una forma di violenza.
I risultati devono essere letti con cautela. La partecipazione alla ricerca era volontaria e il tasso complessivo di risposta è stato del 3,9%. I dati non possono quindi essere estesi automaticamente a tutta la popolazione universitaria europea. Mostrano però un problema preciso: anche quando un’esperienza viene riconosciuta come violenza, molto spesso non arriva ai canali istituzionali.
La conferenza europea a Milano-Bicocca
La conferenza, intitolata “Implementing the Istanbul Convention after the EU’s Accession in the Academic System. Backlash, Gaps and Institutional Responsibility”, si svolgerà presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano-Bicocca.
L’iniziativa è organizzata da UN.I.RE., la rete delle università italiane contro la violenza di genere, insieme a OCEAN, la rete accademica del Consiglio d’Europa. L’evento è sostenuto dalla Regione Lombardia nell’ambito del programma di formazione del sistema universitario regionale sulla prevenzione della violenza maschile contro le donne.
La partecipazione è gratuita, ma richiede la registrazione preventiva ed è consentita fino all’esaurimento dei posti. Le principali sessioni plenarie potranno essere seguite anche online, mentre i gruppi di lavoro si svolgeranno in presenza.
Il primo giorno dedicato alle responsabilità delle università europee
La giornata del 21 settembre si aprirà con una tavola rotonda paneuropea sull’attuazione della Convenzione di Istanbul, il trattato del Consiglio d’Europa dedicato alla prevenzione e alla lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica.
Università, istituzioni e reti europee discuteranno le distanze ancora presenti tra gli impegni formali e ciò che avviene concretamente negli ambienti accademici.
I gruppi di lavoro affronteranno cinque aree:
- movimenti contrari alle politiche di genere e conseguenze sulla libertà accademica;
- consenso, molestie, mobbing e responsabilità istituzionali;
- insegnamento della Convenzione di Istanbul nei percorsi universitari;
- sessismo e violenza negli spazi digitali;
- raccolta dei dati e valutazione delle politiche degli atenei.
I risultati delle sessioni confluiranno nelle conclusioni della giornata e nella definizione delle priorità europee.
Il 22 settembre il confronto sulle università italiane
Il secondo giorno sarà dedicato alle politiche adottate dagli atenei italiani. Al panel nazionale parteciperanno rappresentanti della Conferenza dei rettori delle università italiane, della Conferenza nazionale degli organismi di parità e dell’ISTAT.
Il confronto riguarderà la formazione universitaria, la preparazione dei futuri professionisti, la raccolta trasparente dei dati, i servizi di ascolto e le procedure utilizzate per chiedere aiuto o segnalare un episodio.
Un punto particolarmente delicato riguarda proprio i canali di segnalazione. Uno studente, un dottorando o un giovane ricercatore può trovarsi in una relazione di dipendenza accademica con la persona coinvolta: relatore, supervisore, docente o responsabile di un progetto. Per questa ragione, un sistema efficace deve permettere di chiedere sostegno senza passare necessariamente attraverso la propria gerarchia diretta.
La proposta di un Codice di condotta europeo
La conferenza discuterà una proposta di Codice di condotta destinato alle università, alle alleanze universitarie e alle reti accademiche europee.
Il documento è ancora una bozza di lavoro, aperta a modifiche durante la conferenza. Non rappresenta quindi un testo già definitivo o automaticamente vincolante per tutti gli atenei.
La proposta chiede alle università di individuare un ufficio o una figura chiaramente riconoscibile alla quale rivolgersi e di garantire almeno un canale di ascolto esterno alla gerarchia accademica diretta. L’accesso all’assistenza non dovrebbe dipendere dalla presentazione di una denuncia o di un reclamo formale.
Il Codice prevede inoltre formazione periodica del personale, informazioni visibili per gli studenti, collaborazione con i centri antiviolenza, raccolta anonima dei dati e procedure comprensibili e tempestive.
Il campo di applicazione non si fermerebbe agli episodi avvenuti nelle aule. Comprenderebbe anche residenze universitarie, attività online, tirocini, convegni, lavoro sul campo, soggiorni di ricerca e programmi di mobilità internazionale come Erasmus+.
Dalla dichiarazione di principio alle procedure concrete
La conferenza di Milano-Bicocca prova quindi a spostare il dibattito dalla sola sensibilizzazione alla responsabilità organizzativa degli atenei.
Per uno studente non basta sapere che l’università condanna la violenza. Deve poter comprendere dove chiedere aiuto, che cosa accadrà dopo una segnalazione, chi conoscerà le informazioni fornite e quali misure di protezione possono essere attivate.
Il valore del Codice dipenderà dalla versione che uscirà dal confronto e, soprattutto, dalla disponibilità delle singole università ad adottarlo e a destinare personale e risorse alla sua applicazione. La conferenza del 21 e 22 settembre rappresenta il primo passaggio verso una cornice comune europea, non ancora il punto di arrivo.



