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L’intelligenza artificiale sta chiudendo ai giovani le porte del primo lavoro?

Mirko Bellaria by Mirko Bellaria
4 Settembre 2026
in News
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L’intelligenza artificiale sta chiudendo ai giovani le porte del primo lavoro?

Una recente analisi di Stanford rileva un divario del 19% nell’occupazione dei 22-25enni nei lavori più esposti all’AI. Il fenomeno passa soprattutto dalle minori assunzioni e colpisce le attività nelle quali la tecnologia può sostituire compiti svolti dalle persone. Ma i ricercatori invitano alla cautela: non significa che l’intelligenza artificiale stia cancellando il lavoro.

Il primo lavoro potrebbe essere uno dei primi terreni sui quali l’intelligenza artificiale sta cominciando a modificare davvero il mercato dell’occupazione. Non necessariamente licenziando chi un lavoro ce l’ha già, ma rendendo meno necessario assumere un giovane per svolgere alcune delle mansioni che fino a pochi anni fa rappresentavano la porta d’ingresso in un’impresa.

È questo uno dei risultati più interessanti che emerge da “Canaries in the Coal Mine? Six Facts about the Recent Employment Effects of Artificial Intelligence”, la ricerca di Erik Brynjolfsson, Bharat Chandar e Ruyu Chen dello Stanford Digital Economy Lab, aggiornata ad agosto con i dati occupazionali di milioni di lavoratori statunitensi fino a giugno 2026.

La conclusione generale va chiarita subito: non c’è al momento evidenza di una distruzione generalizzata dei posti di lavoro provocata dall’intelligenza artificiale.

C’è però da tener sotto controllo quei segnali che sono decisamente meno rassicuranti: i giovani che cercano di entrare nelle professioni maggiormente esposte all’AI.

Il divario dei giovani è arrivato al 19%

I ricercatori hanno confrontato l’andamento dell’occupazione dei lavoratori tra 22 e 25 anni nelle professioni maggiormente esposte all’intelligenza artificiale con quello dei coetanei impiegati nelle occupazioni meno esposte.

Il risultato è un divario che ha continuato ad aumentare.

A giugno 2026, l’occupazione dei giovani nelle professioni fortemente esposte all’AI risulta circa il 19% più bassa rispetto al livello che avrebbe raggiunto se fosse cresciuta allo stesso ritmo di quella dei coetanei nelle professioni meno esposte.

Un anno prima lo stesso scarto era stimato intorno al 15%.

La differenza più significativa riguarda però l’età. Tra i lavoratori con maggiore esperienza non emerge infatti un divario comparabile.

Perché?

Il problema non sono tanto i licenziamenti. Sono le assunzioni che non arrivano

È probabilmente questo il dato che interessa maggiormente studenti, neolaureati e ragazzi che stanno entrando nel mercato del lavoro.

Secondo Stanford, l’aggiustamento osservato nelle professioni maggiormente esposte all’intelligenza artificiale avviene soprattutto attraverso una riduzione delle assunzioni dei giovani e non attraverso un aumento dei licenziamenti.

In altre parole, il cambiamento potrebbe essere quasi invisibile per chi guarda soltanto ai posti di lavoro persi.

Un’impresa non deve necessariamente sostituire con l’AI una persona che già lavora. Può semplicemente decidere che per svolgere determinate attività non ha più bisogno di inserire una nuova risorsa junior.

Ed è proprio qui che si apre una questione importante per le nuove generazioni.

Molte attività che tradizionalmente venivano affidate a chi entrava per la prima volta in un’azienda sono infatti basate su conoscenze formalizzate: raccogliere informazioni, produrre una prima bozza di un testo, elaborare dati, scrivere codice relativamente semplice, preparare documenti o svolgere alcune attività amministrative e di supporto.

Sono anche attività nelle quali l’intelligenza artificiale generativa sta diventando particolarmente efficace.

Se l’AI conosce già la teoria, quanto vale ancora un junior?

La nuova versione dello studio introduce una distinzione particolarmente interessante tra conoscenza codificata e conoscenza tacita.

La prima è quella che può essere scritta, organizzata, studiata su un manuale o trasformata in una procedura. Ed è proprio il tipo di conoscenza di cui dispongono spesso i giovani appena usciti dall’università: molta preparazione teorica, ma ancora poca esperienza sul campo.

La conoscenza tacita, al contrario, si acquisisce lavorando: capacità di giudizio, comprensione dei contesti, relazioni con le persone, esperienza maturata affrontando problemi reali.

Ed è molto più difficile da riprodurre per una macchina.

Stanford osserva che l’occupazione giovanile sta diminuendo soprattutto nelle professioni basate maggiormente sulla conoscenza codificata, mentre i lavoratori più esperti sembrano reggere meglio proprio nelle attività nelle quali conta ciò che si è imparato con anni di pratica.

Si crea così un possibile paradosso.

Per acquisire esperienza bisogna lavorare. Ma se l’AI riduce proprio le mansioni attraverso le quali un giovane cominciava a fare esperienza, come farà a diventare il professionista esperto che le aziende continueranno a cercare?

Anche i dati pubblici americani trovano un segnale sulle prime assunzioni

Stanford non è l’unica ricerca ad aver individuato questo fenomeno.

Un working paper pubblicato nel 2026 dal Center for Economic Studies dello U.S. Census Bureau ha analizzato dati amministrativi relativi alle assunzioni dei lavoratori tra 22 e 24 anni.

Anche in questo caso emerge una diminuzione significativa delle assunzioni all’inizio della carriera nei settori maggiormente esposti all’intelligenza artificiale dopo l’arrivo di ChatGPT.

L’occupazione dei giovani nelle aree più esposte all’AI risulta diminuita del 12% nei dieci trimestri successivi all’introduzione di ChatGPT, mentre è rimasta sostanzialmente stabile nei settori meno esposti.

Un risultato che rafforza il segnale individuato da Stanford, pur senza chiudere definitivamente il dibattito sulle sue cause.

Attenzione però: non significa che “l’AI sta rubando il lavoro ai giovani”

È una distinzione fondamentale.

Gli stessi ricercatori di Stanford sottolineano che i dati mostrano una correlazione, non permettono ancora di stabilire quanto della riduzione dell’occupazione giovanile sia stato direttamente provocato dall’intelligenza artificiale.

E l’OCSE invita a una cautela ancora maggiore.

Nell’Employment Outlook 2026, l’organizzazione rileva che in molti Paesi i giovani, e in particolare i giovani laureati, stanno incontrando maggiori difficoltà nell’ingresso nel mercato del lavoro. Ma sottolinea anche che il peggioramento era cominciato prima della diffusione di ChatGPT e che le evidenze disponibili non consentono ancora di attribuirlo all’AI.

Influiscono la situazione economica generale, il rallentamento delle assunzioni, i tassi di interesse, la diffusione del lavoro da remoto e le caratteristiche stesse dell’occupazione giovanile, spesso più precaria e quindi più sensibile alle fasi di rallentamento.

La ricerca di Stanford ha provato a controllare diversi di questi fattori e il divario rimane, ma gli stessi autori definiscono i risultati dei segnali precoci da continuare a osservare, non una sentenza definitiva sul futuro del lavoro.

Non tutti i lavori esposti all’AI stanno diminuendo

C’è poi un’altra distinzione fondamentale per capire cosa potrebbe accadere nei prossimi anni.

Essere esposti all’intelligenza artificiale non significa automaticamente essere sostituiti dall’intelligenza artificiale.

Stanford trova risultati molto diversi a seconda di come la tecnologia viene utilizzata.

Quando l’AI viene impiegata principalmente per automatizzare compiti precedentemente svolti da una persona, l’occupazione giovanile tende a diminuire.

Quando invece viene utilizzata per affiancare il lavoratore e aumentarne le capacità, l’occupazione rimane stabile o cresce, soprattutto tra i lavoratori più esperti.

La vera distinzione del mercato del lavoro futuro potrebbe quindi non essere tra professioni che “usano” e “non usano” l’intelligenza artificiale, ma tra lavori nei quali l’AI sostituisce una parte rilevante dell’attività umana e lavori nei quali permette alle persone di fare meglio o più velocemente ciò che già sanno fare.

Per i giovani cambia anche ciò che significa essere “entry level”

E qui arriva probabilmente la sfida più grande per università e studenti.

Per decenni il mercato del lavoro ha funzionato attraverso una sorta di scala: si entrava svolgendo attività relativamente semplici, si imparava osservando colleghi più esperti e progressivamente si acquisivano responsabilità e competenze.

L’intelligenza artificiale rischia di eliminare alcuni dei primi gradini di quella scala.

Una recente analisi del Global AI Jobs Barometer 2026 di PwC mostra infatti che nei lavori entry level maggiormente esposti all’intelligenza artificiale stanno diventando più richieste competenze tradizionalmente associate a profili senior, come capacità di giudizio e leadership.

Questo non significa che i giovani non serviranno più. Significa piuttosto che potrebbe diventare più difficile presentarsi a un’impresa offrendo soltanto quelle competenze tecniche e operative che oggi un sistema di AI può replicare almeno in parte.

La sfida per chi studia oggi: imparare ciò che l’AI non sa fare da sola

Il punto, allora, non è convincere gli studenti a stare lontani dall’intelligenza artificiale. Probabilmente è vero il contrario.

Le competenze legate all’AI stanno diventando esse stesse molto richieste dal mercato del lavoro. Ma saper utilizzare uno strumento non sarà necessariamente sufficiente.

Esperienza pratica, capacità critica, creatività, responsabilità nelle decisioni, competenze relazionali, conoscenza dei contesti e capacità di verificare il lavoro prodotto dalle macchine potrebbero diventare ancora più importanti.

Per università e imprese la questione è altrettanto seria: se vengono automatizzate tutte le attività junior, dove si formeranno i professionisti senior di domani?

È forse questa la domanda più importante che emerge dai primi dati sull’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro.

Perché il rischio non è semplicemente che una macchina prenda il posto di un giovane. È che cambi il percorso attraverso il quale un giovane riesce ad entrare in un’impresa, imparare un mestiere e costruire la propria esperienza professionale.

Mirko Bellaria

Mirko Bellaria

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