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Più di otto laureati su dieci non hanno due genitori laureati: il dato AlmaLaurea di cui si parla poco

redazione by redazione
15 Giugno 2026
in News, Università
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Più di otto laureati su dieci non hanno due genitori laureati: il dato AlmaLaurea di cui si parla poco


Sono usciti i nuovi dati AlmaLaurea e, come ogni anno, l’attenzione si è concentrata soprattutto sugli esiti occupazionali: quanti laureati lavorano, quanto guadagnano, dopo quanto tempo trovano un impiego. Ed è giusto che sia così, perché l’università va valutata anche per la sua capacità di accompagnare le persone nel lavoro. Dentro il Rapporto 2026, però, c’è un dato di cui si parla molto meno e che racconta qualcosa di essenziale sul ruolo dell’università italiana: l’origine sociale dei laureati.

Nel 2025, secondo AlmaLaurea, il 64,0% dei laureati italiani ha nessun genitore laureato. Un altro 20,5% ha un solo genitore laureato. Sommando le due voci, si arriva all’84,5%: più di otto laureati su dieci non provengono da famiglie in cui entrambi i genitori hanno già un titolo universitario. Questo numero dice che l’università italiana, con tutti i suoi limiti, continua a essere uno dei più importanti strumenti di mobilità sociale del Paese.

Per anni abbiamo sentito ripetere che in Italia ci sono troppe università, troppi atenei, troppe sedi. Un’affermazione che andrebbe maneggiata con cautela, anche perché il numero degli atenei italiani, rapportato alla popolazione, non appare affatto anomalo rispetto a quello di molti altri Paesi europei. Eppure questa idea ha alimentato spesso la convinzione che bisognerebbe concentrare tutto in pochi grandi poli della ricerca, in poche istituzioni considerate eccellenti.

Poi ci sono i ranking internazionali, trattati spesso come il metro definitivo per misurare il valore di un sistema universitario. Si tende a sottolineare che le università italiane sono poche nelle primissime posizioni. È vero. Ma quei ranking premiano soprattutto alcuni modelli istituzionali e alcune dimensioni della ricerca: perfino sistemi forti come quello francese e quello tedesco hanno una presenza limitata nella fascia più alta delle classifiche globali, pur avendo università di grande qualità e un ruolo pubblico molto rilevante.

La domanda vera allora è un’altra: a che cosa serve un’università?

Serve certamente a fare ricerca, a formare competenze avanzate, a competere a livello internazionale. Ma serve anche a permettere a migliaia di ragazze e ragazzi di studiare, crescere, laurearsi, cambiare il proprio destino. Serve a portare conoscenza nei territori. Serve a dare una possibilità anche a chi non nasce già dentro una famiglia abituata all’università.

I dati AlmaLaurea ci ricordano proprio questo. L’università italiana è una grande infrastruttura civile: una rete diffusa che arriva nelle città medie, nel Mezzogiorno, nelle province, nei luoghi in cui senza un ateneo vicino molte persone avrebbero molte meno opportunità.

Guardiamo la classifica degli atenei pubblici per quota di laureati con nessun genitore laureato. In testa ci sono Basilicata con il 78,8%, Salento con il 76,6%, Foggia con il 76,0%, Sassari con il 74,8%, Siena Stranieri con il 74,6%, Bergamo con il 74,5%, Macerata e Napoli L’Orientale con il 73,8%, Molise con il 73,3%, Bari e Calabria con il 72,9%. Subito dopo troviamo città come Cagliari, Udine, Verona, Urbino, Napoli, Chieti-Pescara, Teramo, Cassino, Catanzaro, Varese, Palermo, Brescia, Catania, Viterbo.

È un elenco che dice molto. Nei primi 30 atenei pubblici per questo indicatore, 18 sono nel Mezzogiorno o nelle Isole e 25 sono realtà non metropolitane. Questo non significa che i grandi atenei non abbiano una funzione sociale. Significa però che l’università diffusa, quella spesso liquidata come frammentazione, svolge una funzione decisiva per l’accesso alla laurea. Racconta atenei che intercettano studenti e famiglie per cui la laurea non era necessariamente un destino già scritto.

C’è poi il tema della contribuzione. Incrociando i dati AlmaLaurea con quelli del MUR sulla contribuzione media 2024-2025 emerge un elemento interessante: gli atenei in cima a questa classifica sociale sono spesso anche atenei con contribuzioni più contenute. Negli atenei statali, la contribuzione media sul totale degli iscritti ai corsi di laurea è di poco inferiore ai 1000 euro. Nei primi 10 atenei pubblici per quota di laureati con nessuno o un solo genitore laureato scende a circa 740 euro. Il Salento, con solo il 7,0% di laureati con entrambi i genitori laureati, ha una contribuzione media di appena 554 euro: un dato che mostra bene quanto accessibilità economica e funzione sociale dell’università possano camminare insieme.

Naturalmente bisogna essere prudenti. Non basta una tassa più bassa per garantire mobilità sociale. Contano il territorio, l’offerta formativa, il diritto allo studio, i servizi, i trasporti, la possibilità di restare vicino alla propria famiglia. Però il segnale è forte.

E attenzione anche a un altro equivoco: pensare che la risposta per chi vive lontano dai grandi centri sia semplicemente l’insegnamento telematico. La didattica a distanza può essere utile, in alcuni casi preziosa, ma non può diventare il surrogato dell’università per chi ha meno possibilità economiche. Dire a una ragazza o a un ragazzo che non può permettersi di studiare fuori sede che la soluzione è restare a casa davanti a uno schermo significa accettare una forma nuova di disuguaglianza. L’università è comunità, relazioni, laboratori, biblioteche, confronto quotidiano, vita civile. Per questo la presenza degli atenei nei territori è una condizione di pari opportunità.

Il sistema italiano va migliorato, certo. Va finanziato meglio, valutato seriamente, reso più efficiente dove serve. Ma va anche difeso. Perché dietro quei numeri ci sono storie di famiglie in cui una laurea cambia la traiettoria di una generazione. Ci sono territori che trovano nell’università un presidio culturale, economico e civile. Ci sono ragazze e ragazzi che, senza quella presenza pubblica e diffusa, forse non si sarebbero mai iscritti all’università.

Quando diciamo che l’università è di tutti, non stiamo usando una formula retorica. I dati AlmaLaurea ci dicono che, almeno in parte, è ancora vero.

Forse dovremmo parlarne di più. Non per smettere di guardare agli esiti occupazionali, alla ricerca, alla qualità, all’internazionalizzazione. Tutte cose decisive. Ma per ricordarci che il valore di un’università si misura anche da dove partono i suoi studenti.

E se più di otto laureati su dieci non hanno due genitori laureati, allora l’università italiana sta ancora facendo qualcosa di essenziale. Questa è una delle grandezze del nostro sistema universitario. E dovremmo avere il coraggio di dirlo più spesso.

Stefano Ubertini

redazione

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