Un’altra sentenza conferma il diritto dei docenti precari ad accedere alla Carta del Docente. A stabilirlo è stato il Tribunale del Lavoro di Tivoli, che ha riconosciuto a una maestra di scuola primaria, immessa in ruolo dal 1° settembre 2021, il recupero dei 2.500 euro corrispondenti ai cinque anni di supplenze precedenti all’assunzione a tempo indeterminato.
Carta del docente, la decisione del giudice
Il giudice ha ricordato che il DPCM del 23 settembre 2015, che limitava il bonus di 500 euro annui ai soli docenti di ruolo, è stato annullato dal Consiglio di Stato con la sentenza n. 1842/2022. In quell’occasione i giudici avevano sottolineato come la formazione dei docenti non possa essere “a doppia velocità”, escludendo chi lavora con contratti a termine dall’accesso agli strumenti di aggiornamento professionale.
Nella decisione di Tivoli si richiama anche la Corte di Giustizia dell’Unione europea, che il 18 maggio 2022 ha dichiarato incompatibile con il diritto comunitario la normativa italiana che negava ai supplenti la Carta del Docente. Secondo la CGUE, infatti, la direttiva europea 1999/70/CE vieta qualsiasi discriminazione tra lavoratori a tempo determinato e indeterminato nell’accesso a benefici economici legati alla formazione.
La linea è stata poi confermata dalla Cassazione, che nell’ottobre 2023 (sentenza n. 29961) ha chiarito che il bonus spetta anche ai docenti non di ruolo con incarichi annuali fino al 31 agosto o fino al termine delle attività didattiche del 30 giugno.
Alla luce di tali pronunce, il Tribunale di Tivoli ha stabilito che la docente ricorrente ha pieno diritto a ricevere i 500 euro per ciascun anno scolastico dal 2016 al 2021, per un totale di 2.500 euro.
Per Marcello Pacifico, presidente nazionale di Anief, si tratta di un’altra conferma importante: “Le sentenze continuano a dare ragione ai precari. È evidente che negare loro la Carta del Docente non è più sostenibile, vista la posizione favorevole già espressa da Consiglio di Stato, Corte di Giustizia europea e Cassazione. Finché il legislatore non interverrà a sanare questa ingiustizia, il ricorso rimane lo strumento indispensabile per recuperare quanto dovuto”.
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