A distanza di anni dall’emergenza sanitaria, l’analisi dei dati sulle prime fasi della pandemia continua a offrire indicazioni utili per la ricerca e per le politiche pubbliche. Uno studio scientifico ha esaminato l’andamento delle prime due ondate pre-vaccinali di COVID-19 in Italia, tra febbraio 2020 e febbraio 2021, concentrandosi su ciò che i dati territoriali possono ancora raccontare sull’evoluzione di una crisi sanitaria.
La ricerca, pubblicata su Scientific Reports, propone un approccio metodologico innovativo e si inserisce nel filone degli studi universitari che mirano a rafforzare il monitoraggio epidemiologico attraverso strumenti statistici avanzati.
L’analisi dei dati provinciali
Lo studio prende in esame i dati di 107 province italiane, incrociando informazioni su mortalità, mobilità della popolazione, tempistiche delle restrizioni e caratteristiche socio-demografiche e territoriali.
Per superare i limiti dei dati pubblici – spesso incompleti o disomogenei – i ricercatori hanno adottato tecniche di analisi dei dati funzionali, poco utilizzate in epidemiologia ma capaci di individuare tendenze robuste anche in condizioni di incertezza informativa.
Due ondate diverse, ma pattern comuni
I risultati mostrano differenze nette tra le due ondate: la prima è stata caratterizzata da picchi di mortalità più elevati e concentrati, mentre la seconda ha avuto un andamento più frammentato sul territorio nazionale.
Nonostante ciò, le province italiane tendono a distribuirsi in tre gruppi ricorrenti, distinti per livelli di mortalità. Un dato rilevante è che molte aree duramente colpite nella prima ondata risultano meno colpite nella seconda, un fenomeno che potrebbe essere legato a cambiamenti nei comportamenti individuali, a una maggiore attenzione alle misure di prevenzione o a una riduzione della popolazione più vulnerabile.
Restrizioni e mobilità prima dei vaccini
Uno degli elementi centrali emersi dallo studio riguarda il ruolo delle restrizioni. L’analisi statistica indica che la tempestività delle misure di contenimento è stata associata a una riduzione della mortalità nelle fasi iniziali della pandemia, quando i vaccini non erano ancora disponibili.
Anche la mobilità risulta un fattore chiave: durante il primo lockdown si è registrata una riduzione uniforme degli spostamenti, mentre nella seconda ondata le limitazioni sono state più differenziate. In entrambi i casi, livelli più elevati di mobilità risultano correlati a un aumento della mortalità.
L’università come motore per la sanità
Lo studio nasce alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa in collaborazione con atenei e centri di ricerca internazionali. Al di là del contesto pandemico, il lavoro evidenzia il contributo della ricerca universitaria nello sviluppo di strumenti utili per leggere fenomeni complessi e supportare le decisioni pubbliche nelle fasi iniziali di una crisi sanitaria.
Un risultato che rafforza il ruolo dell’università non solo come luogo di formazione, ma come attore centrale nella produzione di conoscenza applicabile alle politiche di salute pubblica.
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