Nervi tesi sulla questione delle università telematiche. Nei giorni in cui si vota il Milleproroghe che contiene una (molto ridimensionata) proroga degli esami online per gli studenti delle università a distanza, si riaccende la polemica. Quando nacquero le prime telematiche all’inizio degli Anni Duemila una delle pochissime regole che impose il governo Berlusconi fu proprio quella dell’obbligo degli esami in presenza. Sono passati più di vent’anni, c’è stato il Covid che ha costretto tutti a ricorrere al digitale, la tecnologia ha fatto grandi passi. Ma il ritorno all’obbligo degli esami in presenza sembra diventato un passaggio molto più complicato di quello che il buonsenso farebbe immaginare. La legge lo prevede: è scritto nel decreto ministeriale Bernini (2024), che però aveva concesso un anno di proroga per permettere alle telematiche di adeguarsi, prima di tornare alle prove in sede. Ma durante la discussione del Milleproroghe in Parlamento è stato presentato dall’onorevole Deborah Bergamini (Forza Italia) un emendamento per un ulteriore rinvio. In commissione il testo è stato stoppato e riformulato. Proprio la ministra Anna Maria Bernini aveva difeso gli esami in presenza in un recente question time. Oggi è previsto l’arrivo del testo in aula alla Camera.
Atenei e diplomi
“Purtroppo è in corso un tentativo molto forte di lasciare aperti varchi agli esami facili fatti da casa – denuncia Alfredo D’Attorre, responsabile università del Pd – ci sono università che si preparano ad aggirare il divieto, proponendo test a casa e la convalida in presenza. E’ un vero e proprio Far-west, che si perpetua nell’inerzia anche dell’Anvur: ci sono regole che si possono eludere facilmente, se non c’è un controllo capillare”. Il riaprirsi del dibattito su come fare gli esami secondo la segretaria generale della Flc Cgil Gianna Fracassi non è “casuale” e una eventuale “legittimazione degli esami online sarebbe il punto di non ritorno nel degrado del sistema universitario” perché tra l’altro rischierebbe di trasformare “una parte dell’università in un esamificio, un segmento squalificato che ne minerebbe la qualità complessiva, destrutturando così il valore legale del titolo di laure”.
“Noi rispettiamo gli studenti lavoratori, ma la soluzione non sta in un abbassamento della qualità del sistema universitario, ma in nuovi investimenti per il sistema universitario: assistiamo al nascere di veri e propri diplomifici che seguono le logiche del profitto e dove si prende un’abilitazione in soli tre mesi: altro che studenti lavoratori, per fare tutti i crediti formativi richiesti gli studenti dovrebbero studiare tutti i giorni anche di notte!”, aggiunge Pino Di Lullo (Cgil). La questione non è chiusa e anzi continuerà: al ministero dell’Università si riunisce da qualche mese una commissione di lavoro per discutere un nuovo provvedimento per regolamentare le università telematiche. Senza contare che sul tavolo c’è anche la questione dei loro accreditamenti per la facoltà di Medicina.
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