Italia rimane fanalino di coda per numero di laureati. Solo un giovane su tre riesce a tagliare il traguardo contro una media Ocse che sfiora il 50 per cento. Pochi come sono, dovrebbero essere ricercatissimi e apprezzatissimi dal mercato. I laureati italiani non solo faticano a trovare un lavoro, ma quando lo trovano sono pagati male. O meglio: guadagnano solo un terzo in più di chi ha in tasca il semplice diploma, mentre negli altri Paesi i laureati guadagnano una volta e mezza in più. Ma il dato più drammatico di “Education at a Glance 2025″, il rapporto annuale sullo stato dell’istruzione nel mondo, è quello che riguarda le competenze (mancate) degli adulti. Più di un italiano su tre tra i 25 e i 64 anni è in grado di comprendere solo testi brevi che adoperano un vocabolario semplice. L’Ocse li definisce adulti con “un basso livello di alfabetizzazione“: una condizione di svantaggio assoluto che ha conseguenze drammatiche non solo sulle opportunità di impiego, ma più in generale sul benessere, sulla salute, sulla capacità di gestire i risparmi, di reperire informazioni corrette in Rete, sulla fiducia negli altri e nelle istituzioni. Da noi rappresentano il 37 per cento della popolazione, contro una media Ocse del 27 per cento. E, quello che è ancora più sconvolgente, il 16 per cento dei laureati: un laureato su sei (la media Ocse è pari al 10 per cento).
Poche si laureano in Stem
La percentuale di giovani laureati in Italia è ferma al 32 per cento, contro il 40 per cento dei 25-34enni tedeschi e il 53 per cento dei francesi e degli spagnoli. Ultimi in Europa, a parimerito con l’Ungheria, penultimi nel mondo: solo il Messico è più indietro (29 per cento). I più svantaggiati sono quei ragazzi e quelle ragazze che provengono da famiglie con un basso tasso d’istruzione (massimo la terza media): solo il 15 per cento riesce a farcela. Ma nemmeno i figli dei laureati hanno la laurea in tasca: uno su tre si ferma prima. Rispetto agli altri Paesi da noi, poi, il titolo di laurea premia meno: in media un laureato italiano guadagna solo il 33 per cento in più di un semplice diplomato, rispetto al 54 per cento in più della media Ocse. A incidere negativamente potrebbe essere anche il fatto che da noi più di uno studente su tre si laurea in ambito umanistico o sociale (36 per cento contro il 22 per cento della media Ocse), mentre negli altri Paesi i due ambiti di laurea più popolari sono le cosiddette Stem (Scienze, Matematica, Ingegneria o Informatica) e Economia o Giurisprudenza (23 per cento ciascuno).
In generale l’università italiana sconta il fatto di essere drammaticamente sottofinanziata: le spese totali per università e ricerca fra pubblico e privato sono pari all’1 per cento del Pil contro una media Ocse dell’1,4. Percentuale che scende allo 0,6 per cento se si guarda solo alla spesa pubblica: Francia e Germania investono l’1,1 per cento. A differenza della maggior parte degli altri Paesi, da noi la spesa pubblica per università e ricerca è più bassa di quella destinata alle scuole: uno studente universitario italiano costa allo Stato, cioè ai contribuenti, solo 8.992 dollari contro i 12.666 dollari di un alunno delle scuole elementari, medie e superiori e i 15.102 dollari di un suo collega dell’area Ocse.
Asili vuoti e basso reddito degli insegnanti
Fra i tantissimi dati contenuti nelle 584 pagine del rapporto Ocse ne segnaliamo ancora due. Il primo è quello relativo allo spopolamento delle nostre scuole: in dieci anni, fra il 2013 e il 2023, l’Italia ha perso un quarto dei bambini tra 0 e 4 anni. Il secondo è quello degli stipendi dei docenti rispetto agli altri laureati: da noi una maestra (da 25 anni, ormai, anche per insegnare alle elementari ci vuole la laurea) guadagna il 33 per cento in meno rispetto a un altro laureato (contro una media Ocse del 17 per cento in meno). Non solo: negli ultimi dieci anni il suo stipendio effettivo è diminuito del 4,4 per cento, mentre negli altri Paesi è aumentato mediamente del 14,6 per cento.
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