Quasi due giovani su tre non si sentono sicuri nel fare domande durante le lezioni di educazione sessuale a scuola. Inoltre, quasi la metà ritiene che ciò che ha imparato in classe non l’abbia preparata ad affrontare situazioni reali.
Sono i risultati principali del nuovo rapporto pubblicato dall’UNESCO, costruito attraverso le risposte di oltre 9.000 adolescenti e giovani di 100 Paesi. L’indagine mostra anche un dato apparentemente contraddittorio: la scuola rimane il luogo nel quale i ragazzi preferirebbero ricevere queste informazioni, prima di Internet, della famiglia o dei coetanei.
Il problema, secondo l’UNESCO, non è quindi soltanto garantire la presenza dell’educazione sessuale nei percorsi scolastici. Bisogna anche interrogarsi su contenuti, metodi e possibilità degli studenti di affrontare liberamente i temi che li riguardano.
Educazione sessuale a scuola: che cosa dice il rapporto UNESCO
La ricerca raccoglie le esperienze di oltre 9.000 adolescenti e giovani attraverso un questionario online. Il lavoro comprende anche approfondimenti qualitativi condotti in Burkina Faso, Camerun, Colombia, Kirghizistan e Trinidad e Tobago.
Tre risultati emergono con particolare chiarezza:
- i giovani preferiscono ricevere l’educazione sessuale a scuola anziché attraverso fonti digitali, famiglia o amici;
- quasi la metà non si sente preparata dalla scuola ad affrontare situazioni della vita reale;
- quasi due terzi non si sentono sicuri nel fare domande durante le lezioni.
L’UNESCO non indica nella sintesi pubblicata una singola causa capace di spiegare questo disagio. Chiede però programmi maggiormente legati alle esperienze dei ragazzi, alle domande che considerano importanti e alle competenze necessarie nella vita quotidiana.
La scuola resta preferita a Internet e social media
La preferenza per la scuola è uno degli aspetti più significativi del rapporto. Nonostante la quantità di informazioni disponibili online, i ragazzi continuano a considerare l’ambiente scolastico il luogo più adatto per affrontare questi temi.
Questo non significa che Internet sia assente dalla loro formazione. Social network, motori di ricerca, video e assistenti virtuali possono diventare fonti immediate, ma non sempre permettono di distinguere informazioni affidabili, contenuti commerciali e rappresentazioni distorte delle relazioni.
Il tema si intreccia con il confronto europeo sui rischi e sulle responsabilità dei social media nei confronti dei giovani. Se la scuola non riesce a offrire risposte comprensibili e spazi nei quali porre domande senza timore, una parte di questa funzione educativa viene inevitabilmente occupata dalle piattaforme digitali.
Perché non basta inserire una lezione nel programma
Il dato sui ragazzi che non si sentono sicuri nel fare domande mostra che la presenza formale di una lezione non garantisce automaticamente un confronto utile.
Secondo l’UNESCO, l’educazione sessuale dovrebbe essere più pratica, rispettosa e coinvolgente. Dovrebbe inoltre tenere conto dei diversi contesti culturali e delle esperienze vissute dagli studenti.
Non si tratta soltanto di trasmettere nozioni. Tra gli obiettivi indicati figurano la capacità di prendere decisioni consapevoli, riconoscere situazioni problematiche, comprendere il consenso, costruire relazioni rispettose e sapere a chi rivolgersi quando serve aiuto.
Perché questo avvenga, gli studenti devono potersi esprimere senza paura di essere ridicolizzati, giudicati o esposti davanti alla classe. La qualità dell’ambiente nel quale si svolge la lezione diventa quindi importante quanto il programma.
In Italia è entrata in vigore la legge sul consenso informato
Il rapporto arriva mentre in Italia è aperto il confronto sulla legge numero 104 del 9 giugno 2026, dedicata al consenso informato in ambito scolastico.
La normativa riguarda le attività extracurricolari inserite nel Piano triennale dell’offerta formativa che affrontano temi attinenti alla sessualità. Per partecipare è richiesto il consenso preventivo dei genitori oppure dello studente, quando è maggiorenne.
Il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha diffuso il 14 settembre una nota applicativa destinata alle scuole. La richiesta di consenso deve essere presentata prima dello svolgimento dell’attività e le famiglie devono poter conoscere preventivamente obiettivi e materiali.
È però importante non sovrapporre i due piani. Il rapporto UNESCO è internazionale, non valuta la legge italiana e non consente di stabilire quali effetti produrrà il consenso informato nelle nostre scuole. Offre piuttosto un elemento da considerare nel dibattito: molti giovani desiderano ricevere queste informazioni a scuola, ma chiedono modalità capaci di farli sentire ascoltati e rispettati.
I risultati non rappresentano automaticamente tutti gli studenti italiani
I numeri devono essere letti con cautela. Il questionario è stato svolto online e non costituisce un campione statisticamente rappresentativo dell’intera popolazione giovanile mondiale o italiana.
Anche gli approfondimenti qualitativi riguardano cinque Paesi con sistemi scolastici e contesti culturali differenti da quello italiano. Non sarebbe quindi corretto affermare che due studenti italiani su tre vivano necessariamente la stessa difficoltà.
Il valore della ricerca sta soprattutto nell’ampiezza geografica delle risposte e nella scelta di ascoltare direttamente adolescenti e giovani, spesso poco coinvolti nella progettazione delle politiche educative che li riguardano.
Che cosa chiedono i giovani all’educazione sessuale
Il messaggio raccolto dall’UNESCO è netto: i ragazzi vogliono poter affrontare questi temi a scuola, ma chiedono un’educazione maggiormente collegata alla realtà.
Vogliono poter discutere delle questioni che incontrano nelle relazioni e nella vita quotidiana, ricevere informazioni comprensibili e sviluppare competenze concrete. Chiedono soprattutto un ambiente nel quale sia possibile fare domande senza sentirsi esposti.
La sfida per la scuola non consiste quindi soltanto nello stabilire se parlare di educazione sessuale, ma nel decidere come farlo, con quali competenze e con quale capacità di ascolto. La presenza di una lezione può essere il punto di partenza. Per diventare davvero utile, però, deve trasformarsi in uno spazio credibile e sicuro per gli studenti.




