Nel dibattito contemporaneo su scuola e formazione, il rapporto tra creatività e apprendimento resta uno dei nodi più controversi. In un intervento recente, il filosofo Umberto Galimberti torna a interrogarsi su una contraddizione strutturale del sistema educativo: la difficoltà della scuola nel riconoscere e valorizzare l’intelligenza divergente.
Secondo il filosofo, la scuola tende a premiare quasi esclusivamente un’intelligenza di tipo convergente, orientata verso la risposta corretta, unica e prevista. Un modello che rende problematico il percorso scolastico degli studenti creativi, portatori di un pensiero che non cerca una soluzione sola, ma una pluralità di possibilità.
Intelligenza convergente e divergente: una distinzione scientifica
La distinzione richiamata da Galimberti non nasce nel dibattito filosofico, ma nella psicologia cognitiva. Fu lo psicologo statunitense J. P. Guilford a introdurre, già negli anni Cinquanta, il concetto di divergent thinking, definendolo come la capacità di produrre molteplici soluzioni originali a uno stesso problema, in contrapposizione al pensiero convergente, orientato alla risposta corretta.
Questa impostazione è stata poi sviluppata da Ellis Paul Torrance, che ha elaborato i Torrance Tests of Creative Thinking (TTCT), ancora oggi tra gli strumenti più utilizzati a livello internazionale per misurare la creatività. I test valutano flessibilità, originalità, fluidità e capacità di elaborazione, competenze raramente centrali nelle verifiche scolastiche tradizionali.
Creatività e rendimento scolastico: cosa dicono i dati
Diversi studi mostrano come creatività e successo scolastico non coincidano automaticamente. Una meta-analisi pubblicata su Educational Psychology Review (2016) evidenzia una correlazione debole o moderata tra creatività e voti scolastici, soprattutto nei sistemi educativi fortemente standardizzati.
Anche l’OCSE, nel report Creative Thinking in Education (2022), sottolinea come molti sistemi scolastici valutino prevalentemente competenze riproduttive, mentre faticano a misurare pensiero creativo, capacità di problem solving aperto e produzione di idee originali. Non a caso, l’OCSE segnala che studenti con alto potenziale creativo risultano più esposti a demotivazione e disallineamento rispetto alle richieste scolastiche.
Tecnologie digitali e pensiero convergente
Nel ragionamento di Galimberti entra anche il ruolo delle tecnologie. L’informatica, basata su procedure, algoritmi e logiche binarie, tende a rafforzare modalità di pensiero convergente. Una preoccupazione che trova riscontro in parte della letteratura pedagogica contemporanea.
Secondo studi pubblicati su Computers & Education, l’uso delle tecnologie digitali a scuola può favorire o ostacolare il pensiero creativo a seconda dei modelli didattici adottati: ambienti digitali guidati da risposte chiuse e automatismi tendono a ridurre la produzione divergente, mentre contesti basati su inquiry-based learning e problem solving aperto la rafforzano.
Una questione educativa (e democratica)
Il punto sollevato da Galimberti va oltre la performance scolastica. Un sistema educativo che privilegia l’uniformità delle risposte rischia di formare individui competenti sul piano procedurale, ma fragili sul piano critico.
È una questione che attraversa anche il dibattito universitario e pedagogico: formare studenti capaci di riprodurre conoscenze o cittadini in grado di interpretare la complessità? Le ricerche educative indicano sempre più chiaramente che creatività, pensiero critico e pluralità di soluzioni non sono competenze accessorie, ma elementi centrali per la partecipazione democratica e l’innovazione sociale.
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