“Hai uno o più professori di sinistra che fanno propaganda politica durante le lezioni?”, è la domanda che un professore di un liceo di Pordenone si è trovato a leggere su un manifesto affisso su un muro della scuola in cui insegna. Il manifesto è stato poi rimosso, ma non prima di aver suscitato sorpresa, sconcerto e una serie di segnalazioni formali da parte di docenti e sindacati.
La domanda faceva parte di un questionario promosso da Azione Studentesca, movimento giovanile di estrema destra storicamente vicino a Gioventù Nazionale e all’area politica di Fratelli d’Italia. Secondo diverse ricostruzioni, i manifesti non sono comparsi solo a Pordenone, ma anche in varie città italiane — tra cui Cuneo, Alba, Palermo — e in alcuni casi le scuole sono state citate direttamente nella campagna. A Prato, per esempio, il liceo Carlo Livi è stato menzionato per aver ospitato lezioni dedicate all’antifascismo.
Il questionario invitava gli studenti a rispondere online a una serie di domande: oltre a quella iniziale, veniva chiesto in che modo i docenti farebbero propaganda, in quale scuola e in quale città si verificherebbe la situazione, e se questo comportamento influenzasse il clima scolastico o il pensiero degli studenti. Formalmente non veniva richiesto il nome dell’insegnante, ma erano previste risposte aperte, potenzialmente sufficienti a rendere identificabili le persone coinvolte.
L’iniziativa che ha allarmato docenti e presidi
In diverse scuole i manifesti sono stati rimossi direttamente da dirigenti scolastici o insegnanti, ritenendoli uno strumento di intimidazione. In alcuni casi sono partite segnalazioni alle autorità competenti, e il professore di Pordenone — in modo ironico ma anche simbolico — si è persino “autosegnalato” come docente di sinistra. Il timore espresso da sindacati e associazioni di categoria è che l’iniziativa possa configurarsi come una forma di schedatura politica, anche se non formalizzata, in un contesto — quello scolastico — che la Costituzione tutela in modo particolare attraverso il principio della libertà di insegnamento.
Il punto non è stabilire se il questionario fosse tecnicamente illegale, probabilmente no. Il punto è che il questionario produce una percezione diffusa di possibile controllo ideologico, indipendentemente dalle intenzioni dichiarate di chi lo ha promosso. Ed è per questo che l’allarme riguarda il messaggio culturale che trasmette. Non si chiede: “hai subito un abuso didattico?” o “ti è stato imposto un voto per motivi politici?”, si chiede: “hai professori di sinistra” e questo sposta l’attenzione, non su un comportamento verificabile del docente, ma sulla sua presunta identità politica. L’insegnante non viene valutato per ciò che fa, ma per ciò che sarebbe. Ed è qui che nascono disagio e paura.
Inserita in un clima politico già molto polarizzato, l’iniziativa di Azione Studentesca viene letta da molti come un segnale: l’idea che la scuola possa diventare uno spazio da sorvegliare, più che da discutere. La libertà di insegnamento non significa assenza di regole, ma presuppone un clima in cui il docente non debba temere di essere etichettato politicamente per aver svolto il proprio lavoro. Quando entra in gioco la paura — anche solo percepita — di essere “segnalati”, il rischio è che si produca autocensura, prudenza e impoverimento educativo.
Le reazioni politiche
Le reazioni politiche non si sono fatte attendere. Dal Partito Democratico la condanna è stata netta: l’iniziativa è stata definita una schedatura ideologica e inserita in un quadro più ampio di normalizzazione di pratiche di controllo politico nella scuola. Alcuni esponenti hanno collegato il caso al dibattito pubblico sul fascismo e alle recenti dichiarazioni della presidente del Consiglio, chiedendo prese di posizione più chiare contro iniziative considerate intimidatorie. Ancora più dura la reazione di Alleanza Verdi e Sinistra: Angelo Bonelli ha parlato di “liste di proscrizione” e ha annunciato una denuncia contro Azione Studentesca, evocando i “periodi più bui della storia italiana”.
Mentre da Fratelli d’Italia, il responsabile nazionale del partito Giovanni Donzelli ha affermato: “Non c’è nessuna schedatura perché non si chiedono nomi e cognomi. La sinistra vuole tappare la bocca anche ai ragazzini di 15 anni. Emergono racconti di professori che fanno propaganda invece di insegnare”. Secondo questa lettura, il problema non sarebbe il questionario in sé, ma l’esistenza — ritenuta reale — di episodi di propaganda politica nelle aule scolastiche. Il presidente di Azione Studentesca, Riccardo Ponzio, ha difeso l’iniziativa sostenendo che non si trattava di liste di proscrizione, ma di un tentativo di verificare se nelle scuole venga superato il confine tra didattica e militanza.
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