La ricerca ammutolita

L’Istituto di ricerca di biologia molecolare di Pomezia, che fa capo all’azienda farmaceutica Merck & Co, alla fine del prossimo anno dovrà chiudere nonostante i risultati eccellenti. Quasi duecento ricercatori in bilico tra la disoccupazione e la fuga all’estero.
Ecco uno stralcio del servizio pubblicato sul Magazine in edicola.

Parli con loro e capisci che la magia della pillola che un giorno sì e uno no ti fa scomparire il mal di testa sta tutta nella mente di una persona. O di un team. Come l’incantesimo dei farmaci che hanno debellato malattie ormai diventate solo un ricordo. È un lavoro di squadra e di intuizioni pure. Supportato dalla magnificenza della tecnologia, quella più all’avanguardia. Quella che costa tanto davvero e che per questo un bel giorno si dissolve proprio come la carrozza che torna ad essere zucca.
L’incantesimo è finito anche a Pomezia, a trenta chilometri da Roma, dove da 18 anni l’Istituto di Ricerca di Biologia Molecolare, amministrato dall’azienda statunitense Merck & Co., conduce ricerche all’avanguardia nel settore farmaceutico. Il compito dei 196 ricercatori che destreggiano ogni giorno ampolle e microscopi nei laboratori sulla pontina è quello di sviluppare nuovi medicinali per terapie inedite. Sono specializzati in oncologia e malattie virali e proprio qualche tempo fa sono saliti agli onori delle cronache internazionali per aver messo sul mercato un nuovo farmaco che promette di combattere l’Aids.
Eppure i risultati non bastano per sopravvivere. Alla fine del prossimo anno l’Istituto chiuderà i battenti. È una decisione della casa madre, che in una strategia di riorganizzazione ha deciso di rinunciare al suo centro di ricerca in Italia. L’Irbm dipende amministrativamente da Merck Italia, ma è parte integrante del Network di ricerca della divisione Merck Research Laboratories della Merck & Co. La notizia è arrivata a Pomezia alla fine di ottobre e ha lasciato tutti di stucco, i ricercatori e il centinaio di persone che lavorano a supporto della struttura.
Da una parte era prevedibile perché negli ultimi anni la Merck ha chiuso diversi laboratori sparsi per il mondo, come quello di Terlings Park in Gran Bretagna (con migliaia di esuberi), e alla fine del prossimo anno chiuderanno anche quello giapponese di Tsukuba e il centro Rosetta di Seattle. Ma un conto è ventilare l’idea e un altro ritrovarsi la comunicazione tra capo e collo.
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