Prof indignati: “mandiamo a casa la casta dei rettori”

«Stesso rettore minimo da 10 anni», dicono sorridendo. Per questo hanno deciso di riunirsi in gruppo e di “cacciare” con un movimento nato dal basso presidi decaduti e rettori ormai scaduti. Loro vorrebbero insegnare ed invece sono costretti a ricorrere continuamente ai tribunali regionali

«Stesso rettore minimo da 10 anni», dicono sorridendo. Per questo hanno deciso di riunirsi in gruppo e di “cacciare” con un movimento nato dal basso presidi decaduti e rettori ormai scaduti. Loro vorrebbero insegnare ed invece sono costretti a ricorrere continuamente ai tribunali regionali per far indire le elezioni all’interno dei loro atenei. Sono circa 150 docenti delle diverse università di tutta Italia e hanno deciso di riappropriarsi degli spazi di partecipazione democratica, che da molti anni sono in mano ad una casta di professori. Nonostante i tanti anni di insegnamento alle spalle, molti di loro non sono mai stati testimoni di un vero turn over.

Reggio Calabria, Messina, Aquila, Parma,Verona, sono solo alcuni degli atenei dove i rettori hanno prorogato il loro mandato sulla base di una diversa interpretazione della legge Gelmini e hanno chiesto aiuto al Ministero dell’Istruzione per «recepire al meglio lo spirito della riforma». E così i 150 docenti, oltre a contestare la vecchia governance dei loro atenei, stanno anche opponendosi alla strana interpretazione ministeriale.

Secondo il Miur sarebbe la stessa legge Gelmini a contemplare la possibilità di prorogare l’incarico dei magnifici, con la finalità di “accompagnare”il proprio ateneo verso l’adozione di un nuovo statuto. In realtà sottolinea il gruppo no-proroga, la legge «si riferisce solo ed esclusivamente ai mandati per i quali non sia ancora intervenuto il termine naturale di scadenza e non si riferisce ai mandati già soggetti a precedenti proroghe».

«Ci troviamo di fronte ad atenei paralizzati per questioni tecnico giuridico e per una interpretazione ministeriale che onestamente ci molto sorpreso», racconta Francesca Petrocchi, docente all’Università della Tuscia. «Noi ci auguriamo che oltre alle interrogazioni parlamentari già presentate, ce ne possano essere delle altre che chiariscano questo snodo così delicato. Siamo costretti a ricorrere ai tribunali regionali e ci sono degli statuti impugnati dal ministero nei Tar regionali. Noi andremo avanti affinché i decani indicano le elezioni all’interno dei nostri atenei. Ripeto: abbiamo gli statuti in gazzetta ufficiale e gli atenei possono tranquillamente andare a votare, anche perché i candidati non mancano».

Total
0
Shares
Lascia un commento
Previous Article

Erasmus, Italia quarta per mobilità degli studenti

Next Article

Perchè non parlare di cinema alla maturità? Ecco l'esempio di corriereuniv.it

Related Posts
Leggi di più

Ricerca, parte la caccia al fondo da 1,3 miliardi di euro per 180 dipartimenti d’eccellenza

Il Ministero dell'Università pronto all'assegnazione dei fondi per le strutture che si distinguono per una ricerca di qualità. Per il quinquennio 2023-2027 sono 350 le strutture che verranno selezionate ma solo 180 riceveranno i fondi dopo la valutazione da parte dell'Anvur. Padova, Statale Milano e Sapienza le università con più dipartimenti candidati.