L'autonomia fraintesa

riforma-universitaria.jpgCome capita ormai da sempre, ogni qualvolta un ministro entra in carica è solito azzerare il passato e ricominciare a modo suo. Nel caso della materia universitaria c’è stato un gran fermento soprattutto negli ultimi quindici anni, quando con Berlinguer e poi Zecchino si è arrivati alla riforma dell’ordinamento didattico e all’autonomia degli atenei.
Laurea si, ma in tre anni” questo è il titolo della prima pagina del “Corriere dell’università” del novembre 1999, numero che non posso dimenticare visto che è ben incorniciato alle spalle della mia scrivania. Si parlava di svolta, di cambiamento in positivo e poi di avvicinamento agli obiettivi di Lisbona. A ben vedere oggi la svolta c’è stata, ma in modo marcatamente negativo e la capitale portoghese si è allontanata sempre di più. La didattica è stata ridotta ad uno spezzatino senza più contenuti coerenti e di peso, gli insegnamenti si sono moltiplicati in maniera esponenziale al punto che a volte faccio fatica a capire in alcune cattedre cosa si insegni.
E così la proliferazione dei corsi di laurea da pochissimi ad oltre cinquemila e che noi del “corriere” abbiamo denunciato per primi. Sedi universitarie disseminate ovunque, concorsi locali che hanno consentito l’imbarcata “controllata” di migliaia di docenti che dovremo tenerci a vita. Rettori che, salvo la pace di qualcuno, hanno usato il potere accademico non nell’interesse della collettività, bensì di quello personale e della propria “famiglia”. Se qualcuno avesse dei dubbi su quest’ultimo punto, invito a verificare la storia personale di molti di questi signori all’indomani della fine del mandato rettorale o anche durante. Troverete parlamentari, ministri, assessori e simili. Oggi proprio leggo della possibile candidatura a presidente della regione Campania, del rettore di Salerno che dopo essere stato a lungo in quota PD è finito all’UdC forse per la vecchia “amicizia” con Ciriaco de Mita. E potrei continuare sulle distorsioni, i clientelismi ed il nepotismo di cui la nostra università è afflitta. Causa delle inefficienze e della mancata contribuzione al rilancio del Paese. Effetti disastrosi di gestioni dissennate che paghiamo tutti noi con i giovani in testa.
L’autonomia concepita per fare quello che mi pare e senza valutazioni di sorta, senza ingerenze e soprattutto senza controlli. Roba da matti. Torniamo alle riforme e a quello che hanno prodotto in questi anni. Il numero dei laureati è cresciuto ovviamente(grazie alla triennale) ma è sempre inferiore a quello dei principali paesi europei. Gli abbandoni al primo anno sono rimasti molto alti, nonostante i tanti milioni spesi in attività di orientamento (inascoltate le nostre continue richieste al miur di avere lumi su come sono stati spesi milioni e milioni dai centri di orientamento; famoso e senza risposta sul conto delle spese è rimasto il progetto Netcam della Federico II).
Le attività di ricerca sembrano ridotte o addirittura dimenticate da tanti docenti e le parole merito e valutazione non si incontrano. In questo quadro, che per fortuna non manca di eccezioni e punte di eccellenza, non si può non metter mano e con una certa decisione ad una nuova e più equa riforma. Equa in primis per i giovani studenti, poi per la futura classe docente e infine per il Paese. Diciamo tutti da anni che un paese è vivo se è viva l’attività di studio e di ricerca che esso produce. Vada avanti ministro Gelmini in questa difficile e coraggiosa opera di ricostruzione del sistema educativo/ formativo del nostro Paese.
L’urgenza di interventi è sotto gli occhi di tutti, ed è bene che conservi anche quell’apertura al confronto necessaria per i giusti correttivi. La sua scommessa sarà quella di capire e riuscire a leggere in anticipo gli effetti delle nuove decisioni per non correre il rischio di perdere altro tempo e ritrovarci fra qualche anno punto e a capo. Il nuovo ddl nelle intenzioni vuole rompere i vecchi schemi e mettere al centro le parole merito e valutazione, ma in concreto credo abbia ancora molti punti da definire.
L’assetto prospettato della governance, per esempio, non mi convince del tutto. In sostanza ritengo che occorra una piena separazione fra il potere accademico e quello finanziario. Il rettore dovrebbe occuparsi della qualità della didattica, della qualità della ricerca, della qualità dei suoi docenti e del rapporto dell’ateneo con il mondo del lavoro così da garantire ai suoi studenti maggiori opportunità di sbocco occupazionale. Oggi invece, il rettore è un manager, un politico cha fa tutt’altro. Gestisce le risorse per fare cattedre, divide le consulenze, assegna i progetti, delinea la politica di spesa dell’ateneo, tiene dunque in scacco tutto il corpo docente, ecco perché sono potenti e rieletti un po’ ovunque. La riforma dovrebbe spezzare questo circolo vizioso e chiedere il conto a chi ha lavorato male o forse rubato tanto. Invece sembra che sia ancora il magnifico a nominare la maggioranza dei membri del cda e di fatto se ne garantisce così ancora il controllo. Anche gli studenti se ne sono accorti ed hanno suggerito al ministro Gelmini di correre ai ripari.
Un altro punto molto interessante, direi fondamentale è quello dei concorsi. L’abilitazione generica fatta a livello nazionale lascia più di un interrogativo, non mi convince. L’idoneità tout court mi convince poco, mi piace di più la sana competizione fra candidati veri. Altrimenti saranno idonei i soliti figli di… Ma questa riforma non doveva combattere il nepotismo?
Mariano Berriola
Direttore del Corriere dell’Università e del Lavoro

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